Quelli che scappano col pallone


Si avvicinano le liste elettorali e si moltiplicano i salti della quaglia. In prima fila i “tecnici” di un governo che doveva ridare prestigio alle istituzioni. Quando fregola e ambizione prendono il sopravvento su serietà e coerenza, a rimetterci è la credibilità e la nobiltà della politica

 «È normale che dopo le primarie si possa stare in un partito anche se si perde: vedo troppa gente pronta a scappare con il pallone in mano, ma io non sono fatto in questo modo». Così Matteo Renzi, uscendo giovedì 3 gennaio dal pranzo di lavoro con Pierluigi Bersani, alla vigilia della direzione nazionale del suo partito sulle liste per il nuovo parlamento. Ben detto, Renzi.
E non è l'unico plauso dovuto al competitore per la leadership del Pd. Senza la sua battaglia aperta e leale (e senza la generosa lucidità politica di Bersani) non si sarebbe manifestata l'energia positiva che caratterizza — a sinistra — quest'avvio di campagna elettorale, altrimenti scontata. E prevedibile, a parte il voltafaccia linguacciuto di Mario Monti. Raccapricciante, per un liberale, la sua richiesta al Pd di «silenziare» chi lo critica — non doveva stare, per di più, a bordo campo? Un'arroganza intellettuale appena appena dissimulata da un sussiego crescente, vieppiù insopportabile. Manifestata, oltretutto, occupando teleschermi e microfoni. E facendosi beccare, così, con le mani nella marmellata, come un Berlusconi qualunque.
A ben vedere, quelli che scappano col pallone sono tanti. A cominciare dal professor Pietro Ichino (ne ho fatto cenno nel post del 29 dicembre), artefice di un doppiogiochismo veramente sorprendente in un uomo di cultura come lui. Avendo perso la battaglia col responsabile economico del suo partito Stefano Fassina, ha traslocato armi e bagagli (agenda e seggio) nella casa politica del professor Monti. E poi gli ex ministri Francesco Profumo e Renato Balduzzi, anche loro della partita elettorale ingaggiata dall'ex rettore della Bocconi per rendere numericamente precaria l'eventuale vittoria di Bersani. Secondo i disegni di Casini e i voleri del Vaticano.
Del ministro dell'Istruzione (in carica, è bene sottolinearlo, su designazione del Pd) non saprei dire. Non ho seguito — se non sui giornali — le sue iniziative. Del professor Balduzzi (a capo del dicastero della Salute, su designazione anch'egli di Bersani) ho potuto apprezzare, invece, sul campo, le meritorie iniziative per salvare il salvabile di un servizio sanitario massacrato e depauperato con l'accetta per anni. E l'ho visto, soprattutto, al lavoro.
Renato Balduzzi ha fornito ai cittadini quantomeno attenzione fisica e presenza sul territorio. Lo ha fatto a Taranto, fornendo dati scomodi (nella loro ufficialità) sull'immane tragedia sanitaria di quella città, fra i malumori del suo collega all'Ambiente Corrado Clini. Cosa mai fatta prima. Lo ha fatto a Broni, in provincia di Pavia, a fianco delle vittime dell'amianto dell'«altra Casale». L'ho toccato con mano, facendo il cronista di questi drammi veri, in Lombardia o in Puglia.
C'era bisogno che persone serie, come sono certamente Balduzzi e Profumo, si intruppassero in una battaglia elettorale per uno scranno purchessia? Non mi risulta che Pierluigi Bersani — negando le candidature ai ministri "tecnici" in carica — abbia negato loro anche l'ipotesi di un incarico di governo qualora i numeri parlamentari gli consegnino la vittoria. E allora? Impazienze sorprendenti, mancanza di rispetto alla parola data. Lingue biforcute, appunto— come ho scritto qualche giorno fa —, da consumati politicanti. Che peccato.
Un peccato civile grave. Che esalta, ancor più, la coerenza di Renzi e Bersani. Un soffio di vitalità per una politica che dovrà darsi da fare sul serio per recuperare la credibilità persa. «Se non la fai, la politica la subisci», usava dirsi in altre generose stagioni del nostro paese. È bene ricordarsene presto, anche infilando una scheda nell'urna, fra qualche settimana. Scegliendo tra destra centro e sinistra. Che ci sono ancora. Altroché se ci sono.
■ (venerdì 4 gennaio 2013)


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