Italia senza bussola

C'è un filo che lega la marcia indietro sui due Marò sotto processo in India e il taglio delle indennità di Grasso e Boldrini nel nostro Paese. Con qualche bugia di troppo dei grillini

Cos'è che s'è impadronito del nostro Paese? In uno stesso giorno, la settimana scorsa, a Milano i parlamentari scelti di Berlusconi si riunivano in adunata sediziosa sulle scale di un Tribunale della Repubblica per proteggere dalla giustizia uguale per tutti il loro patrono — o padrone, fate voi —; a Roma i due fucilieri scelti della Marina italiana, accusati di omicidio in India, venivano sottratti alla giustizia di quel paese dal governo della nostra Repubblica, tradendo impegni presi e parola data. L'onore dell'Italia infangato agli occhi del mondo intero, in poche ore, tra Roma e Milano.
Questa settimana, a Roma, i presidenti di Senato e Camera, espressione della stagione nuova che il parlamento italiano vorrebbe forse aprire, annunciano con tono grave di tagliarsi lo stipendio per dare il buon esempio sui costi della politica. Affiancati l'uno all'altra, in diretta tv, ci dicono anche di quanto: «un terzo». Un terzo? E perché non la metà, come veniva da pensare lì per lì. Dovendo dare il buon esempio, il taglio sarebbe stato più netto e diretto, comprensibile a tutti.
Il braccino corto di Laura Boldrini e Piero Grasso — sono stato fra i tanti che hanno gioito alla loro elezione, e sono stato anche toccato dal bel discorso d'insediamento soprattutto della prima — è durato solo un paio di giorni. Ma che figura. E che regalo, un altro, al fustigatore d'oggi dei mal costumi nazionali. È bastato, difatti, che Beppe Grillo dicesse ad alta voce quel che avevamo pensato (quasi) tutti: seconda e terza carica dello Stato il braccino lo hanno allungato subito dopo. E crepi l'avarizia. Il taglio è della metà, altri tremila euro in meno; ne restano nove anziché dodicimila. Dai diciottomila euro netti iniziali. Neanche pochi, no? Perché esitare così tanto?
Più lunga e penosa la marcia indietro di Mario Monti e Giuliomaria Terzi di Sant'Agata. Presidente del Consiglio (quello che doveva tenere alto il prestigio italiano, dopo le nefaste prove di Berlusconi) e ministro degli Esteri (quello nobile di nome, che avrebbe dovuto esserlo anche di fatto) restituiscono all'India i due Marò. Dopo aver imprigionato — loro due, i Monti e i Terzi — nell'angoscia personale Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, nel disonore politico tutti noi. E il povero sottosegretario Staffan De Mistura (uno dei pochi funzionari dell'Onu di altissimo livello che l'Italia abbia avuto sul campo) ha dovuto ricordare, infine, ai suoi capi di governo e di ministero, davanti alle telecamere, che «la parola data da un italiano è sacra». Non di tutti gli italiani, evidentemente.
Tutto rimesso a posto? Affatto. Il titolare degli Esteri ancora in carica rivendica lo «strappo» con l'India e usa argomenti come quello che segue per motivare la marcia indietro rispetto all'11 marzo scorso, quando disse, gonfiando il petto, che i due Marò sarebbero rimasti in Italia. Gli viene chiesto: cos'è cambiato per il contrordine di oggi? E lui: «La tensione è salita, si sono manifestate preoccupazioni anche per l'incolumità del nostro ambasciatore, la vicenda ha avuto un risalto internazionale che ha interessato anche l'Onu e la Ue». Vi siete stropicciati gli occhi? Ha detto proprio questo, testuale: a pagina 15, de la Repubblica di oggi, 22 marzo. Un'aquila — vero? — il capo della nostra diplomazia.
Ecco, siamo un Paese senza bussola. È lo smarrimento politico e morale che s'è impadronito di noi. Il declino economico e sociale non si nutre anche di supponenze, figuracce, tradimenti, miopie e braccini corti? È bene farcele con più insistenza queste domande. Per non vergognarci presto, molto presto, guardando negli occhi i nostri incolpevoli figli.
Postilla finale. Uscendo dallo studio alla Vetrata per le consultazioni al Quirinale, l'accigliata e contegnosa capogruppo del M5S a Montecitorio, la deputata Roberta Lombardi, ha ripetuto la bugia già sbugiardata più volte: «Siamo il partito più votato in Italia». I dati ufficiali del Viminale dicono altro: alla Camera, Pd 8.932.615 voti, M5S 8.784.499 voti; al Senato la distanza si allunga di un milione e 300 mila voti a favore del Pd (8.674.893 contro 7.375.412). A che pro insistere su menzogne con gambette tanto corte? Può una rivoluzione culturale annunciata e una marcia nelle istituzioni appena avviata inciampare subito tanto platealmente? Dicendo la verità numerica sarebbe rimasta intatta anche la verità politica. E il movimento di Grillo sarebbe lo stesso il vincitore delle elezioni. Correttezza e trasparenza erano impegni politici ed etici presi in campagna elettorale, per parola data e per contratto. Se ne sono già scordati? Senza bussola né pallottoliere, anche loro.
(venerdì 22 marzo 2013)
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Monti, l'uomo per tutte le poltrone

Il presidente del Consiglio in carica a caccia di incarichi prestigiosi. È il “senso dello Stato” del professore cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato per un anno e mezzo le sorti del Paese

▇ «Dovrò marcire qui fino all'ultimo giorno». La frase attribuita a Mario Monti, dopo il burrascoso colloquio col presidente della Repubblica venerdì sera, non ha ricevuto conferme ufficiali e neanche smentite. Quindi è vera. E rivela la vera stoffa di cui è fatto il cosiddetto “salvatore della Patria”, l'uomo cui lo stesso Napolitano conferì, di fatto, i pieni poteri nel novembre del 2011, per sottrarre il paese alle umiliazioni inferte da Silvio Berlusconi. Dopo averlo visto all'opera (qui ne abbiamo parlato più volte), e soprattutto dopo averlo potuto pesare fino ad oggi — dal voltafaccia con cui si fece beffe dell'impegno a non fare il capo partito assunto col Quirinale —, possiamo tirare tutte le somme: un uomo sopravvalutato, politicamente ed elettoralmente. Forse anche umanamente. «Marcire»? A Palazzo Chigi? Parole indegne per uno statista. Un'ascesa, la sua — ricordiamocelo —, preceduta dall'omaggio di un seggio senatoriale a vita.
La sua statura appare, però, anche più bassa di così. Con la richiesta a Napolitano del lasciapassare per la presidenza di Palazzo Madama, e la contemporanea tresca col Pdl (confermata da Alfano) per arrivare alla presidenza della Repubblica in cambio dei voti a Schifani per il Senato, s'è rivelato quel che è: un uomo per tutte le poltrone, mutazione genetica del già pessimo homo politicus per tutte le stagioni. Una voracità personale per il potere, questa del Prof, che fa impallidire persino gli spettacoli più indecorosi offerti dai cascami della Prima Repubblica. Del resto, non a caso, i suoi consiglieri sul campo sono oggi il ciellino Mario Mauro (staccatosi appena ieri dal gran capo Formigoni e dai suoi traffici lombardi) e il doroteo Casini (ex portavoce del segretario Dc Forlani), che già si smarca e qualifica addirittura come «mastellismo di ritorno» i comportamenti personalistici di Monti. British style? Ma ci faccia il piacere!
C'è, però, un altro capolavoro politico conclusivo compiuto dall'uomo chiamato a ridare prestigio al nostro paese: tradire la parola data alle autorità indiane sui due Marò, dopo la licenza (concessa per il voto) ai fucilieri italiani accusati da New Delhi di aver ucciso in mare due pescatori, Ajeesh Binki e Valentine Jelastine, scambiati per pirati. Una figuraccia mondiale per la dignità dell'Italia, confezionata col suo ministro degli Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant'Agata. Senza ipocriti giri di parole: un comportamento da magliari, un altro schiaffo al Capo dello Stato, che anche con l'India ci aveva messo la faccia.
Il prestigio a cui Mario Monti tiene tanto si limita, evidentemente, al solo milieu finanziario e bancario. L'unico che davvero conosce e dal quale è capace di trarre legittimità e forza. Troppo poco per un presunto “salvatore della Patria”. Un po' poco anche per una borghesia (milanese e no) che non riesce a darsi altri orizzonti oltre ai denari, i sacri danée. Da tempo immemore.
(domenica 17 marzo 2013)
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Il nuovo Papa, il vecchio Presidente


Con una sterzata inattesa e coraggiosa, il Vaticano rimette in carreggiata la Chiesa cattolica. Il Quirinale sbaglia invece l'ultima curva, e dà spago all'adunata sediziosa di Alfano & C.

▇ Abbiamo il nuovo papa, non abbiamo più il vecchio presidente. A Jorge Mario Bergoglio — per tutti, il papa dei poveri — auguro personalmente ogni bene, per inverare sul serio gli auspici dei suoi fedeli e del mondo che ha a cuore l’amore per il prossimo. Chi è fuori dal pensiero unico del neoliberismo globale ha sentito, dal balcone della Basilica di San Pietro, di avere al suo fianco, con Papa Francesco, qualcuno che volge lo sguardo dalla sua parte: «una promessa agli umili, una minaccia ai potenti», ha scritto a caldo Ezio Mauro su la Repubblica. Al Capo dello Stato Napolitano, a sua volta, auguro lunga e serena vita personale. Politicamente, tiri però le somme impietose degli ultimi due anni e mezzo. Un fallimento. Detto tutto col rispetto dovuto.

Il presidente l’abbiamo dunque perduto con l’udienza concessa martedì mattina 12 marzo ai capi dell’adunata sediziosa, prima in Corso di Porta Vittoria poi nel Tribunale di Milano. Centosessantatre scudi umani, con medaglietta parlamentare, schierati davanti all’aula del processo Ruby (induzione alla prostituzione minorile), per proteggere il cavaliere nero dall’idea stessa che la legge, nell’Italia berlusconizzata, possa essere «uguale per tutti». Come non bastasse, il presidente della Repubblica s’è premurato di confezionare, dopo qualche ora di riflessione, una forma di salvacondotto — un “lodo Alfano-Napolitano” estemporaneo e provvisorio, è stato definito —, facendo intendere che il capo-padrone della destra abbia diritto a sottrarsi al suo giudice naturale. Per poi correggere il tiro, precisare e chiarire il giorno dopo. Quando la frittata era stata fatta.

L’ultima goccia nel vaso stracolmo della politica italiana è caduta con questo strano salvacondotto politico. Per sottrarsi ai giudici di Milano e Napoli, l’Olonese — lo chiama sprezzantemente così il professor Franco Cordero — si “mette in mutua” e fa marciare i suoi parlamentari sul Palazzo di giustizia. Per non finire a San Vittore, si rifugia al San Raffaele, del suo ex sodale, la buonanima di Don Verzé. In clinica l’appartamento (niente a che vedere con una cella) è anche comodo: 200 metri quadrati, ampio tavolo per riunioni — il consiglio di guerra l’avrà gestito con la benda da pirata sull’occhio malato? E poi vasca circolare e idromassaggio: qualora passasse qualche nuova igienista dentale, o un'infermiera compiacente col collirio per l’uveite giudiziaria, se il falso invalido fosse in preda alle sue consuete turbe sessuali.

Ripercorriamoli, allora, gli ultimi due anni e mezzo del Quirinale. La prima goccia Napolitano la fece precipitare a novembre del 2010. Vi ricordate? Gianfranco Fini aveva staccato la spina al capo del suo partito, e il governo non aveva più la maggioranza, né alla Camera né al Senato. Anziché prenderne atto e sciogliere il parlamento, come prevede la Costituzione, il presidente della Repubblica concesse al grande venditore — e svergognato compratore — un mese di tempo per sguinzagliare Verdini nella campagna acquisti degli Scilipoti e dei Razzi. Alla fine, Berlusconi riacciuffò una maggioranza raccogliticcia e prezzolata per far danni un altro anno ancora. Con l’Italia sull’orlo del baratro. Fino a novembre del 2011.

Ed ecco la seconda goccia. Quando il capo della destra — sommerso oramai dal ridicolo nei summit internazionali — fu costretto ad arrendersi da attacchi speculativi e discredito politico, il Quirinale inventò la “soluzione Monti”, anziché indire nuove elezioni (lo aveva già fatto la Spagna, in condizioni peggiori delle nostre). Tutto il potere fu consegnato, così, all’ex rettore della Bocconi, previo laticlavio senatoriale a vita e promessa, fin troppo esplicita, di lasciargli il posto nell’ex residenza del “Papa Re” di lì a poco. Al professore fu dato anche licenza di bastonare duro per raddrizzare i conti e rimettere in carreggiata un paese allo sbando, dandogli ossigeno — fui abbagliato anch’io, per disperazione.

Com’è andata lo sappiamo tutti. Le legnate sono finite solo sulla schiena di pensionati e lavoratori, l’ossigeno è stato riservato solo alle banche; l’Imu è stata caricata sulle spalle di quelli che non possono reggerla, ma è stata evitata a fondazioni bancarie e istituti religiosi. Anche l’impegno di Monti a star fuori dalla mischia politico-elettorale, per ascendere più agevolmente al Colle, s’è trasformato in una “salitina” in politica, con un modestissimo risultato, sia politico che elettorale. Uno schiaffo sonoro in faccia all’incauto mèntore e anfitrione, lassù, sul Colle.

Le somme, a questo punto, sono facili da trarre. Non c’è due senza tre? Il tre, presidente Napolitano, l’ha già deposto sulla tombola di Berlusconi martedì sera. Si fermi qui. Ascolti anche lei la voce che viene d’Oltretevere da un mese in qua: le dimissioni storiche di un pontefice, un conclave super rapido per fermare la macchina degli intrighi e del declino. In un giorno e mezzo, per dire, persino il Vaticano — che pure ha il senso dell’eternità — è riuscito (così pare) a liberarsi, in un colpo solo, delle ipoteche curiali: dei Ruini, Sodano, Bertone. E della loro imperitura continuità attraverso la veste bianca già cucita per il cardinale ciellino Angelo Scola: un’esito annunciato da auspici e aruspici, tanto espliciti quanto errati. Per riprendere i contatti col mondo vero e sofferente del suo popolo, ferito e offeso da protervia e malgoverno della Curia romana, la Chiesa ha invece voltato pagina. Con una velocità sorprendente.

Riuscirà il parlamento italiano a liberarsi, con altrettanta rapidità, dei Letta, degli Amato, dei D’Alema e succedanei? L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è affidata a un collegio elettorale mai così nuovo e dirompente dalla Costituente in qua: saprà assecondare — l’atteso verdetto — l’esigenza vitale di riprendere i contatti delle istituzioni democratiche con i bisogni dei propri cittadini? Si dirà: nella sua scelta, il collegio cardinalizio ha potuto contare su ispirazione e ausilio dello Spirito Santo per dare una scossa a tutti. Evvabé. Il collegio parlamentare, se non su saggezza e lungimiranza, conti almeno sull’istinto di sopravvivenza di istituzioni mai tanto fragili e scollate. E lei, presidente Napolitano, stavolta si astenga da ogni moral suasion e tessiture più o meno tecniche. Non indichi alcunché. Ha già dato. E basta così. Si elegga un nuovo presidente fuori dai vecchi giochi, in sintonia col mondo nuovo, fragoroso e incasinato, già davanti a noi. E si riparta. Su altri presupposti.

(giovedì 14 marzo 2013)
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«Facciamolo!»


Un appello «gentile e ad alta voce»: «Non travolgiamo la speranza del cambiamento con interessi di partito, calcoli di vertice e chiusure settarie»

 Continua la mobilitazione per non disperdere le opportunità scaturite dalle elezioni del 24-25 febbraio. L'appello di sabato 9 marzo lanciato da sei intellettuali (primi firmatari Remo Bodei e Roberta De Monticelli) ha superato le 50 mila firme. Al suo lancio Beppe Grillo ha ipotizzato la longa manus del Pd dietro le loro firme, reagendo con uno sberleffo sprezzante: dettato, a me pare, più da timore che da forza nel far pesare i suoi tanti buoni argomenti. Il rapporto "organico" tra partito e intellettuali, poi, esiste ancora forse soltanto in qualche allucinato settarismo.
Di seguito, un altro appello pubblicato sempre da Repubblica il giorno dopo (primi firmatari Michele Serra e Roberto Benigni). È rivolto alle forze del cambiamento, quindi anche al Pd. Lo faccio ancora mio (chiedendo, di nuovo, per quanto mi riguarda, perché Bersani s'intestardisca ancora a battere una strada senza sbocco). E lo segnalo alla vostra partecipe attenzione. L'esercizio della cittadinanza si pratica ogni giorno, in tanti modi. Anche attorno a un appello. I rappresentanti del popolo sovrano (quelli datati e anche i nuovissimi) non devono rispondere solo ai loro capi, una volta varcati i portoni del parlamento. Stiamo parlando del nostro futuro. Almeno questo non possono sequestrarcelo. — (i.s.)
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Mai, dal dopoguerra a oggi, il Parlamento italiano è stato così profondamente rinnovato dal voto popolare. Per la prima volta i giovani e le donne sono parte cospicua delle due Camere. Per la prima volta ci sono i numeri per dare corpo a un cambiamento sempre invocato, mai realizzato. Sarebbe grave e triste che questa occasione venisse tradita, soprattutto in presenza di una crisi economica e sociale gravissima.
Noi chiediamo, nel nome della volontà popolare sortita dal voto del 24-25 febbraio, che questa speranza di cambiamento non venga travolta da interessi di partito, calcoli di vertice, chiusure settarie, diffidenze, personalismi. Lo chiediamo gentilmente, ma ad alta voce, senza avere alcun titolo istituzionale o politico per farlo, ma nella coscienza di interpretare il pensiero e le aspettative di una maggioranza vera, reale di italiani. Questa maggioranza, fatta di cittadine e cittadini elettori che vogliono voltare pagina dopo vent'anni di scandali, di malapolitica, di sperperi, di prepotenze, di illegalità, di discredito dell'Italia nel mondo, chiede ai suoi rappresentanti eletti in Parlamento, ai loro leader e ai loro portavoce, di impegnarsi fino allo stremo per riuscire a dare una fisionomia politica, dunque un governo di alto profilo, alle speranze di cambiamento.

Michele Serra
Roberto Benigni
don Luigi Ciotti
Oscar Farinetti
don Andrea Gallo
Lorenzo Jovanotti
Carlo Petrini
Roberto Saviano
Salvatore Settis
Barbara Spinelli

(lunedì 11 marzo 2013)
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«Cambiare, se non ora quando?»


Dopo lo tsunami elettorale, un appello per varcare adesso il nostro «Rubicone»

▇ Su la Repubblica di oggi, sabato 9 marzo, Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa, Salvatore Settis e Barbara Spinelli hanno pubblicato l'appello a Beppe Grillo e al M5S che segue. Non potrebbe essere descritto meglio il quadro di opportunità e pericoli scaturito dalle elezioni italiane del 24-25 febbraio. Per quel che vale, lo faccio mio. Segnalandolo alla vostra partecipe mobilitazione con ogni mezzo. — (i.s.)
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Caro Beppe Grillo, cari amici del Movimento 5 Stelle,
una grande occasione si apre, con la vostra vittoria alle elezioni, di cambiare dalle fondamenta il sistema politico in Italia e anche in Europa. Ma si apre ora, qui e subito. E si apre in questa democrazia, dove è sperabile che nessuna formazione raggiunga, da sola, il 100% dei voti. Nessuno di noi può avere la certezza che l’occasione si ripresenti nel futuro.
Non potete aspettare di divenire ancora più forti (magari un partito-movimento unico) di quel che già siete, perché gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato: esigono alcuni risultati molto concreti, nell’immediato, che concernano lo Stato di diritto e l’economia e l’Europa. Sappiamo che è difficile dare la fiducia a candidati premier e a governi che includono partiti che da quasi vent’anni hanno detto parole che non hanno mantenuto, consentito a politiche che non hanno restaurato ma disfatto la democrazia, accettato un’Europa interamente concentrata su un’austerità che — lo ricorda il Nobel Joseph Stiglitz — di fatto «è stata una strategia anti-crescita», distruttiva dell’Unione e dell’ideale che la fonda.
Ma dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe a nostro avviso una forma di suicidio: gli orizzonti che avete aperto si chiuderebbero, non sappiamo per quanto tempo. Le speranze pure. Non otterremmo quelle misure di estrema urgenza che solo con una maggioranza che vi includa diventano possibili. Tra queste: una legge sul conflitto di interesse che impedisca a presenti e futuri padroni della televisione, della stampa o delle banche di entrare in politica; una legge elettorale maggioritaria con doppio turno alla francese; il dimezzamento dei parlamentari il più presto possibile e dei loro compensi subito; una Camera delle autonomie al posto del Senato, composta di rappresentanti delle regioni e dei comuni; la riduzione al minimo dei rimborsi statali ai partiti; una legge anti-corruzione e antievasione che riformi in senso restrittivo, anche aumentando le pene, la disciplina delle prescrizioni, bloccandole ad esempio al rinvio a giudizio; nuovi reati come autoriciclaggio, collusione mafiosa, e ripristino del falso in bilancio; ineleggibilità per condannati fin dal primo grado, che colpisca corruttori e corrotti e vieti loro l’ingresso in politica; un’operazione di pulizia nelle regioni dove impera la mafia (Lombardia compresa); una confisca dei beni di provenienza non chiara; una tutela rigorosa del paesaggio e limiti netti alla cementificazione; un’abolizione delle province non parziale ma totale; diritti civili non negoziati con la Chiesa; riconsiderazione radicale dei costi e benefici delle opere pubbliche più contestate come la Tav. E vista l’emergenza povertà e la fuga dei cervelli: più fondi a scuola pubblica e a ricerca, reddito di cittadinanza. Non per ultimo: un bilancio europeo per la crescita e per gli investimenti su territorio, energia, ricerca, gestito da un governo europeo sotto il controllo del Parlamento europeo (non il bilancio ignominiosamente decurtato dagli avvocati dell’austerità nel vertice europeo del 7-8 febbraio).
Non sappiamo quale possa essere la via che vi permetta di dire sì a questi punti di programma consentendo la formazione del nuovo governo che decida di attuarli, e al tempo stesso di non contraddire la vostra vocazione. Nella giunta parlamentare si può fin da subito dar seguito alla richiesta di ineleggibilità di Berlusconi, firmata da ormai duecentomila persone: la fiducia può essere condizionata alla volontà effettiva di darvi seguito. Quel che sappiamo, è che per la prima volta nei paesi industrializzati e in Europa, un movimento di indignati entra in Parlamento, che un’Azione Popolare diventa possibile.
Oggi ha inizio una vostra marcia attraverso le istituzioni, che cambieranno solo se voi non fuggirete in attesa di giorni migliori, o peggiori. Se ci aiuterete a liberarci ora, subito, dell’era Berlusconi: un imprenditore che secondo la legge non avrebbe nemmeno dovuto metter piede in Parlamento e tanto meno a Palazzo Chigi. Avete detto: «Lo Stato siamo noi». Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare, nell’era Berlusconi: «Se non ora, quando?».
Remo Bodei
Roberta De Monticelli
Tomaso Montanari
Antonio Padoa-Schioppa
Salvatore Settis
Barbara Spinelli

■ (sabato 9 marzo 2013)
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Se la politica italiana è malata, neanche il giornalismo sta bene


Quattro moschettieri della televisione italiana occupano la scena della discussione politica. A Servizio Pubblico di Santoro l'epilogo di una invasione più o meno barbarica. Soprattutto sbagliata

▇ Quattro contro una. E che quattro: Mentana, Lerner, Travaglio e lui, lo chef degli chef, Santoro. Con la Rosy Bindi a fare da punch ball già suonato prima ancora del match. Come sappiamo, per legge fisica, in politica i vuoti si riempiono sempre. In Italia la legge ha un corollario specifico: lo spazio lasciato libero è occupato naturaliter dai giornalisti. Un fenomeno visibile normalmente in ogni talk show che si rispetti, col giornalista di destra contrapposto a quello di sinistra, affiancati, a loro volta, da quello di centro.
A Servizio Pubblico il salto di qualità è stato plastico. Non il giornalista competente che partecipa (com'è giusto) alla discussione con dati e fatti, incalzando — se del caso — il politico di turno su opinioni o valutazioni discutibili o infondate. Nell'arena del re del talk, giovedì 7 marzo erano i giornalisti a disegnare strategie e abbozzare programmi politici: Mentana per i grillini, Lerner per i democratici. Santoro, come pretende il suo ego sterminato, aveva già messo sul tavolo una formazione di governo. E Travaglio ha fatto Travaglio, con endorsement postumo per Ingroia (alla Camera). Il politico, sdrucito e malcapitato (nel nostro caso la Bindi), chiamato a fare, al più, da contro-canto a tante mass-mediatiche celebrità.
A voi sembra normale? A me affatto. Se c'era bisogno di una controprova l'abbiamo avuta. Avendo ridisegnato da anni (per tutta la Seconda Repubblica) perimetro e linguaggio stesso della politica “parlata” (ne ho scritto qui ancora di recente), il padrone di casa appare anche come il padrone della bottega e del campo: finalmente un capo partito esplicito, felice di esserlo. E gli altri tre colleghi — che personalmente stimo, stimo molto, quando fanno il loro mestiere — agganciati al carro spazioso, con la loro partecipazione, per così dire, “azionaria”.
L'anomalia tutta nostrana — l'avrete notato — è venuta fuori con l'intervento (dalla piccionaia) di Petra Reski, giornalista tedesca di Focus, autrice di un'intervista a Beppe Grillo il 2 marzo. Dall'anticipazione del testo, giornali e telegiornali italiani hanno tratto la conclusione che il leader di M5S dicesse sì al governissimo, per alimentare il solito chiacchiericcio con annesso batti e ribatti. Una “lettura” durata neanche l'espace d'un matin, come il profumo della rosa. Smentita qualche ora dopo dal blog di Grillo e dal blog dell'autrice: «Mi sembrano tutti impazziti qui in Italia: la mia intervista per Focus non è ancora uscita e già viene citato Beppe Grillo con cose che non ha detto. Questa tecnica mi ricorda un po' quel gioco da bambini, in tedesco si chiama “Stille Post”, giocare a passaparola». Costretta, la povera Reski, a ri-smentire ancora in onda, davanti alle insistenze piccate del padrone di casa che citava testi non attribuibili a lei.
In quel piccolo sketch, tragico più che comico, c'è tutto l'abisso parolaio del giornalismo di complemento. Un malvezzo che ha fatto male alla consapevolezza dello stato di salute effettiva del nostro paese non meno che la sordità conclamata dei politici: sempre serviti, riveriti o sbertucciati, a seconda dei ruoli assegnati in commedia, celebrandoli sempre nella loro bolla autoreferenziale. Quando i fatti, le condizioni sociali o economiche o culturali, lasciano il campo al bla bla, il risveglio è amaro sempre. Anche per la democrazia e la nobiltà della politica. Una nobiltà che la politica può ancora recuperare rigenerandosi. Come dimostrano le tante facce pulite approdate nel parlamento che si insedia a giorni.
Se recupererà il giusto distacco richiesto dal ruolo (direi: dalla responsabilità) sociale che gli è proprio, il giornalismo italiano eviterà di far male anche a loro, ai nuovi arrivati, e a tutti noi. Giudichiamoli dai fatti, quando un giudizio va dato. Cominciando a studiare quel che han fatto finora nei vari angoli del paese (nel silenzio pressoché totale e permanente dei talk show). E soprattutto da quel che faranno da qui in poi. Non è difficile, rinunciando alle invasioni di campo, più o meno barbariche. Anche la rinuncia a qualche dose in eccesso di narcisismo ben pagato può far bene alla credibilità del mestiere che ci dà da vivere. Ci guadagneremmo tutti, giornalismo e politica. Cioè il paese intero.
Post scriptum. Avrete notato che la Bindi è scomparsa dal quadro. È l'effetto overdose. Potete onestamente dar torto alle idiosincrasie grilline per i talk show italiani almeno su questo?
(venerdì 8 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


Bersani e Grillo: se il perdente detta le condizioni al vincente

Beppe Grillo
Dopo aver sbagliato la campagna elettorale, il Pd ha già preso un'altra cantonata. E il segretario ha cacciato il partito in un vicolo cieco, facendosi schiaffeggiare dal leader del M5S

▇ Da giorni osservo, come tanti, il dibattito post elettorale del Pd. Lo osservo sconcertato. Come tanti, penso. Uno sconcerto cominciato con le prime parole di Pierluigi Bersani sull'esito del voto, ascoltate dopo un giorno di assordante silenzio. «Siamo primi ma non abbiamo vinto». E cosa voleva dire (facendo il paio col già tristemente celebre «Abbiamo non vinto», dopo la débâcle di Parma un anno prima) s'è capito subito: non prendere atto che una storia era finita e un'altra stava cominciando, nell'impeto di un cambiamento inatteso e sconvolgente.
Ipotizziamo, ad esempio, che Bersani si fosse presentato ai giornalisti martedì 26 febbraio dicendo: «Ho perso la mia battaglia. Abbiamo conquistato tanti seggi (molti di più di quanto meritassimo, se ci fosse stata una legge elettorale degna di un paese civile); e abbiamo perso molti voti (tre milioni e mezzo in un colpo solo, molti di più di quanto immaginassimo). Non posso essere più io a gestire un risultato che mi ha girato le spalle. E ha girato le spalle ai nostri buoni propositi di governare con buon senso un paese prostrato da crisi economica e malaffare. Ecco, passo la mano. Per quanto mi riguarda, una mano la darò a un esponente del nostro mondo non invischiato nella storia che si chiude; proporrò al capo dello Stato uno di noi capace di aprire un varco nuovo, parlando credibilmente a chi ha vinto la partita, alla prima forza politica del paese: mi riferisco al risultato di Beppe Grillo nel collegio nazionale della Camera, quindi nella platea elettorale numericamente e socialmente più rappresentativa».
Se Bersani avesse fatto questo, non pensate che saremmo un passo più avanti per uscire dal vicolo cieco in cui la sinistra italiana ha finito per cacciarsi, o a farsi cacciare? Col passare dei giorni ho trovato, poi, sempre più incredibile la pretesa che lo sconfitto detti le condizioni al vincitore. Voi no? Con toni, per di più, ultimativi. Facendosi schiaffeggiare dal leader del M5S. Da che mondo è mondo, non è così che funziona la politica. Anziché inzuppare le sue citazioni nelle canzoni di Vasco Rossi, a Bersani sarebbe stata più utile una rilettura di Von Clausewitz o del sommo Sun Tzu.
Può un uomo esperto di tante battaglie non saperlo? Un uomo politico, Bersani, di cui ho apprezzato tante cose. Non ultimo il coraggio di mettere in discussione un suo personale privilegio statutario, raccogliendo il guanto di sfida lanciatogli da un competitore vero come Matteo Renzi nelle primarie di partito. L'unica fiammata di vita — l'ho scritto qualche settimana addietro su questo blog — in una competizione elettorale altrimenti stanca e prevedibile, anzi inesistente.
Ed allora, perché? Perché il segretario del Pd, premier mancato del centro sinistra, s'è impuntato a negare l'evidenza di una sconfitta elettorale, predisponendosi così a subirne un'altra a stretto giro di posta? I “retroscenisti” — mutanti di quelli che un tempo erano cronisti capaci d'illuminare con poche righe i riti astrusi della politica italiana — hanno fatto intendere che fosse stata questa la prima reazione di Bersani: ammettere la sconfitta e trarne le conseguenze. Lo avrebbe trattenuto il sempiterno apparato. Vero o falso che sia (ecco il veleno inoculato dai “retroscenisti”), un'occasione persa per dare ancora un contributo, anche «da mozzo», al governo di una nave finita in secca, senza più un comandante all'altezza delle nuove rotte.
Certo, c'è l'apparato che occhieggia ad ogni apparizione del duo D'Alema-Veltroni — come non si rendano conto, entrambi, d'essere devastanti, da tempo, per il loro mondo sarà forse il quarto mistero di Fatima! La coppia più disastrosa della sinistra, interpellata senza sosta, prima e dopo le elezioni, da cortigiani con taccuino e microfono incorporato, è ancora lì a fornire tattiche e strategie che nessuno prende più sul serio. Forse neanche loro.
L'apparato, dicevamo. Ma non c'è solo quello. Quanto sta pesando — non negli ultimi giorni, negli ultimi due anni e mezzo — il Colle più alto della politica italiana? Bisogna parlare anche di questo. Col dovuto rispetto, ma bisognerà farlo. Con quello che ci attende nei prossimi giorni, prima lo facciamo, meglio è.
(mercoledì 6 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]