Il nuovo Papa, il vecchio Presidente


Con una sterzata inattesa e coraggiosa, il Vaticano rimette in carreggiata la Chiesa cattolica. Il Quirinale sbaglia invece l'ultima curva, e dà spago all'adunata sediziosa di Alfano & C.

▇ Abbiamo il nuovo papa, non abbiamo più il vecchio presidente. A Jorge Mario Bergoglio — per tutti, il papa dei poveri — auguro personalmente ogni bene, per inverare sul serio gli auspici dei suoi fedeli e del mondo che ha a cuore l’amore per il prossimo. Chi è fuori dal pensiero unico del neoliberismo globale ha sentito, dal balcone della Basilica di San Pietro, di avere al suo fianco, con Papa Francesco, qualcuno che volge lo sguardo dalla sua parte: «una promessa agli umili, una minaccia ai potenti», ha scritto a caldo Ezio Mauro su la Repubblica. Al Capo dello Stato Napolitano, a sua volta, auguro lunga e serena vita personale. Politicamente, tiri però le somme impietose degli ultimi due anni e mezzo. Un fallimento. Detto tutto col rispetto dovuto.

Il presidente l’abbiamo dunque perduto con l’udienza concessa martedì mattina 12 marzo ai capi dell’adunata sediziosa, prima in Corso di Porta Vittoria poi nel Tribunale di Milano. Centosessantatre scudi umani, con medaglietta parlamentare, schierati davanti all’aula del processo Ruby (induzione alla prostituzione minorile), per proteggere il cavaliere nero dall’idea stessa che la legge, nell’Italia berlusconizzata, possa essere «uguale per tutti». Come non bastasse, il presidente della Repubblica s’è premurato di confezionare, dopo qualche ora di riflessione, una forma di salvacondotto — un “lodo Alfano-Napolitano” estemporaneo e provvisorio, è stato definito —, facendo intendere che il capo-padrone della destra abbia diritto a sottrarsi al suo giudice naturale. Per poi correggere il tiro, precisare e chiarire il giorno dopo. Quando la frittata era stata fatta.

L’ultima goccia nel vaso stracolmo della politica italiana è caduta con questo strano salvacondotto politico. Per sottrarsi ai giudici di Milano e Napoli, l’Olonese — lo chiama sprezzantemente così il professor Franco Cordero — si “mette in mutua” e fa marciare i suoi parlamentari sul Palazzo di giustizia. Per non finire a San Vittore, si rifugia al San Raffaele, del suo ex sodale, la buonanima di Don Verzé. In clinica l’appartamento (niente a che vedere con una cella) è anche comodo: 200 metri quadrati, ampio tavolo per riunioni — il consiglio di guerra l’avrà gestito con la benda da pirata sull’occhio malato? E poi vasca circolare e idromassaggio: qualora passasse qualche nuova igienista dentale, o un'infermiera compiacente col collirio per l’uveite giudiziaria, se il falso invalido fosse in preda alle sue consuete turbe sessuali.

Ripercorriamoli, allora, gli ultimi due anni e mezzo del Quirinale. La prima goccia Napolitano la fece precipitare a novembre del 2010. Vi ricordate? Gianfranco Fini aveva staccato la spina al capo del suo partito, e il governo non aveva più la maggioranza, né alla Camera né al Senato. Anziché prenderne atto e sciogliere il parlamento, come prevede la Costituzione, il presidente della Repubblica concesse al grande venditore — e svergognato compratore — un mese di tempo per sguinzagliare Verdini nella campagna acquisti degli Scilipoti e dei Razzi. Alla fine, Berlusconi riacciuffò una maggioranza raccogliticcia e prezzolata per far danni un altro anno ancora. Con l’Italia sull’orlo del baratro. Fino a novembre del 2011.

Ed ecco la seconda goccia. Quando il capo della destra — sommerso oramai dal ridicolo nei summit internazionali — fu costretto ad arrendersi da attacchi speculativi e discredito politico, il Quirinale inventò la “soluzione Monti”, anziché indire nuove elezioni (lo aveva già fatto la Spagna, in condizioni peggiori delle nostre). Tutto il potere fu consegnato, così, all’ex rettore della Bocconi, previo laticlavio senatoriale a vita e promessa, fin troppo esplicita, di lasciargli il posto nell’ex residenza del “Papa Re” di lì a poco. Al professore fu dato anche licenza di bastonare duro per raddrizzare i conti e rimettere in carreggiata un paese allo sbando, dandogli ossigeno — fui abbagliato anch’io, per disperazione.

Com’è andata lo sappiamo tutti. Le legnate sono finite solo sulla schiena di pensionati e lavoratori, l’ossigeno è stato riservato solo alle banche; l’Imu è stata caricata sulle spalle di quelli che non possono reggerla, ma è stata evitata a fondazioni bancarie e istituti religiosi. Anche l’impegno di Monti a star fuori dalla mischia politico-elettorale, per ascendere più agevolmente al Colle, s’è trasformato in una “salitina” in politica, con un modestissimo risultato, sia politico che elettorale. Uno schiaffo sonoro in faccia all’incauto mèntore e anfitrione, lassù, sul Colle.

Le somme, a questo punto, sono facili da trarre. Non c’è due senza tre? Il tre, presidente Napolitano, l’ha già deposto sulla tombola di Berlusconi martedì sera. Si fermi qui. Ascolti anche lei la voce che viene d’Oltretevere da un mese in qua: le dimissioni storiche di un pontefice, un conclave super rapido per fermare la macchina degli intrighi e del declino. In un giorno e mezzo, per dire, persino il Vaticano — che pure ha il senso dell’eternità — è riuscito (così pare) a liberarsi, in un colpo solo, delle ipoteche curiali: dei Ruini, Sodano, Bertone. E della loro imperitura continuità attraverso la veste bianca già cucita per il cardinale ciellino Angelo Scola: un’esito annunciato da auspici e aruspici, tanto espliciti quanto errati. Per riprendere i contatti col mondo vero e sofferente del suo popolo, ferito e offeso da protervia e malgoverno della Curia romana, la Chiesa ha invece voltato pagina. Con una velocità sorprendente.

Riuscirà il parlamento italiano a liberarsi, con altrettanta rapidità, dei Letta, degli Amato, dei D’Alema e succedanei? L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è affidata a un collegio elettorale mai così nuovo e dirompente dalla Costituente in qua: saprà assecondare — l’atteso verdetto — l’esigenza vitale di riprendere i contatti delle istituzioni democratiche con i bisogni dei propri cittadini? Si dirà: nella sua scelta, il collegio cardinalizio ha potuto contare su ispirazione e ausilio dello Spirito Santo per dare una scossa a tutti. Evvabé. Il collegio parlamentare, se non su saggezza e lungimiranza, conti almeno sull’istinto di sopravvivenza di istituzioni mai tanto fragili e scollate. E lei, presidente Napolitano, stavolta si astenga da ogni moral suasion e tessiture più o meno tecniche. Non indichi alcunché. Ha già dato. E basta così. Si elegga un nuovo presidente fuori dai vecchi giochi, in sintonia col mondo nuovo, fragoroso e incasinato, già davanti a noi. E si riparta. Su altri presupposti.

(giovedì 14 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


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