Bersani e Grillo: se il perdente detta le condizioni al vincente

Beppe Grillo
Dopo aver sbagliato la campagna elettorale, il Pd ha già preso un'altra cantonata. E il segretario ha cacciato il partito in un vicolo cieco, facendosi schiaffeggiare dal leader del M5S

▇ Da giorni osservo, come tanti, il dibattito post elettorale del Pd. Lo osservo sconcertato. Come tanti, penso. Uno sconcerto cominciato con le prime parole di Pierluigi Bersani sull'esito del voto, ascoltate dopo un giorno di assordante silenzio. «Siamo primi ma non abbiamo vinto». E cosa voleva dire (facendo il paio col già tristemente celebre «Abbiamo non vinto», dopo la débâcle di Parma un anno prima) s'è capito subito: non prendere atto che una storia era finita e un'altra stava cominciando, nell'impeto di un cambiamento inatteso e sconvolgente.
Ipotizziamo, ad esempio, che Bersani si fosse presentato ai giornalisti martedì 26 febbraio dicendo: «Ho perso la mia battaglia. Abbiamo conquistato tanti seggi (molti di più di quanto meritassimo, se ci fosse stata una legge elettorale degna di un paese civile); e abbiamo perso molti voti (tre milioni e mezzo in un colpo solo, molti di più di quanto immaginassimo). Non posso essere più io a gestire un risultato che mi ha girato le spalle. E ha girato le spalle ai nostri buoni propositi di governare con buon senso un paese prostrato da crisi economica e malaffare. Ecco, passo la mano. Per quanto mi riguarda, una mano la darò a un esponente del nostro mondo non invischiato nella storia che si chiude; proporrò al capo dello Stato uno di noi capace di aprire un varco nuovo, parlando credibilmente a chi ha vinto la partita, alla prima forza politica del paese: mi riferisco al risultato di Beppe Grillo nel collegio nazionale della Camera, quindi nella platea elettorale numericamente e socialmente più rappresentativa».
Se Bersani avesse fatto questo, non pensate che saremmo un passo più avanti per uscire dal vicolo cieco in cui la sinistra italiana ha finito per cacciarsi, o a farsi cacciare? Col passare dei giorni ho trovato, poi, sempre più incredibile la pretesa che lo sconfitto detti le condizioni al vincitore. Voi no? Con toni, per di più, ultimativi. Facendosi schiaffeggiare dal leader del M5S. Da che mondo è mondo, non è così che funziona la politica. Anziché inzuppare le sue citazioni nelle canzoni di Vasco Rossi, a Bersani sarebbe stata più utile una rilettura di Von Clausewitz o del sommo Sun Tzu.
Può un uomo esperto di tante battaglie non saperlo? Un uomo politico, Bersani, di cui ho apprezzato tante cose. Non ultimo il coraggio di mettere in discussione un suo personale privilegio statutario, raccogliendo il guanto di sfida lanciatogli da un competitore vero come Matteo Renzi nelle primarie di partito. L'unica fiammata di vita — l'ho scritto qualche settimana addietro su questo blog — in una competizione elettorale altrimenti stanca e prevedibile, anzi inesistente.
Ed allora, perché? Perché il segretario del Pd, premier mancato del centro sinistra, s'è impuntato a negare l'evidenza di una sconfitta elettorale, predisponendosi così a subirne un'altra a stretto giro di posta? I “retroscenisti” — mutanti di quelli che un tempo erano cronisti capaci d'illuminare con poche righe i riti astrusi della politica italiana — hanno fatto intendere che fosse stata questa la prima reazione di Bersani: ammettere la sconfitta e trarne le conseguenze. Lo avrebbe trattenuto il sempiterno apparato. Vero o falso che sia (ecco il veleno inoculato dai “retroscenisti”), un'occasione persa per dare ancora un contributo, anche «da mozzo», al governo di una nave finita in secca, senza più un comandante all'altezza delle nuove rotte.
Certo, c'è l'apparato che occhieggia ad ogni apparizione del duo D'Alema-Veltroni — come non si rendano conto, entrambi, d'essere devastanti, da tempo, per il loro mondo sarà forse il quarto mistero di Fatima! La coppia più disastrosa della sinistra, interpellata senza sosta, prima e dopo le elezioni, da cortigiani con taccuino e microfono incorporato, è ancora lì a fornire tattiche e strategie che nessuno prende più sul serio. Forse neanche loro.
L'apparato, dicevamo. Ma non c'è solo quello. Quanto sta pesando — non negli ultimi giorni, negli ultimi due anni e mezzo — il Colle più alto della politica italiana? Bisogna parlare anche di questo. Col dovuto rispetto, ma bisognerà farlo. Con quello che ci attende nei prossimi giorni, prima lo facciamo, meglio è.
(mercoledì 6 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


Nessun commento:

Posta un commento