Italia senza bussola

C'è un filo che lega la marcia indietro sui due Marò sotto processo in India e il taglio delle indennità di Grasso e Boldrini nel nostro Paese. Con qualche bugia di troppo dei grillini

Cos'è che s'è impadronito del nostro Paese? In uno stesso giorno, la settimana scorsa, a Milano i parlamentari scelti di Berlusconi si riunivano in adunata sediziosa sulle scale di un Tribunale della Repubblica per proteggere dalla giustizia uguale per tutti il loro patrono — o padrone, fate voi —; a Roma i due fucilieri scelti della Marina italiana, accusati di omicidio in India, venivano sottratti alla giustizia di quel paese dal governo della nostra Repubblica, tradendo impegni presi e parola data. L'onore dell'Italia infangato agli occhi del mondo intero, in poche ore, tra Roma e Milano.
Questa settimana, a Roma, i presidenti di Senato e Camera, espressione della stagione nuova che il parlamento italiano vorrebbe forse aprire, annunciano con tono grave di tagliarsi lo stipendio per dare il buon esempio sui costi della politica. Affiancati l'uno all'altra, in diretta tv, ci dicono anche di quanto: «un terzo». Un terzo? E perché non la metà, come veniva da pensare lì per lì. Dovendo dare il buon esempio, il taglio sarebbe stato più netto e diretto, comprensibile a tutti.
Il braccino corto di Laura Boldrini e Piero Grasso — sono stato fra i tanti che hanno gioito alla loro elezione, e sono stato anche toccato dal bel discorso d'insediamento soprattutto della prima — è durato solo un paio di giorni. Ma che figura. E che regalo, un altro, al fustigatore d'oggi dei mal costumi nazionali. È bastato, difatti, che Beppe Grillo dicesse ad alta voce quel che avevamo pensato (quasi) tutti: seconda e terza carica dello Stato il braccino lo hanno allungato subito dopo. E crepi l'avarizia. Il taglio è della metà, altri tremila euro in meno; ne restano nove anziché dodicimila. Dai diciottomila euro netti iniziali. Neanche pochi, no? Perché esitare così tanto?
Più lunga e penosa la marcia indietro di Mario Monti e Giuliomaria Terzi di Sant'Agata. Presidente del Consiglio (quello che doveva tenere alto il prestigio italiano, dopo le nefaste prove di Berlusconi) e ministro degli Esteri (quello nobile di nome, che avrebbe dovuto esserlo anche di fatto) restituiscono all'India i due Marò. Dopo aver imprigionato — loro due, i Monti e i Terzi — nell'angoscia personale Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, nel disonore politico tutti noi. E il povero sottosegretario Staffan De Mistura (uno dei pochi funzionari dell'Onu di altissimo livello che l'Italia abbia avuto sul campo) ha dovuto ricordare, infine, ai suoi capi di governo e di ministero, davanti alle telecamere, che «la parola data da un italiano è sacra». Non di tutti gli italiani, evidentemente.
Tutto rimesso a posto? Affatto. Il titolare degli Esteri ancora in carica rivendica lo «strappo» con l'India e usa argomenti come quello che segue per motivare la marcia indietro rispetto all'11 marzo scorso, quando disse, gonfiando il petto, che i due Marò sarebbero rimasti in Italia. Gli viene chiesto: cos'è cambiato per il contrordine di oggi? E lui: «La tensione è salita, si sono manifestate preoccupazioni anche per l'incolumità del nostro ambasciatore, la vicenda ha avuto un risalto internazionale che ha interessato anche l'Onu e la Ue». Vi siete stropicciati gli occhi? Ha detto proprio questo, testuale: a pagina 15, de la Repubblica di oggi, 22 marzo. Un'aquila — vero? — il capo della nostra diplomazia.
Ecco, siamo un Paese senza bussola. È lo smarrimento politico e morale che s'è impadronito di noi. Il declino economico e sociale non si nutre anche di supponenze, figuracce, tradimenti, miopie e braccini corti? È bene farcele con più insistenza queste domande. Per non vergognarci presto, molto presto, guardando negli occhi i nostri incolpevoli figli.
Postilla finale. Uscendo dallo studio alla Vetrata per le consultazioni al Quirinale, l'accigliata e contegnosa capogruppo del M5S a Montecitorio, la deputata Roberta Lombardi, ha ripetuto la bugia già sbugiardata più volte: «Siamo il partito più votato in Italia». I dati ufficiali del Viminale dicono altro: alla Camera, Pd 8.932.615 voti, M5S 8.784.499 voti; al Senato la distanza si allunga di un milione e 300 mila voti a favore del Pd (8.674.893 contro 7.375.412). A che pro insistere su menzogne con gambette tanto corte? Può una rivoluzione culturale annunciata e una marcia nelle istituzioni appena avviata inciampare subito tanto platealmente? Dicendo la verità numerica sarebbe rimasta intatta anche la verità politica. E il movimento di Grillo sarebbe lo stesso il vincitore delle elezioni. Correttezza e trasparenza erano impegni politici ed etici presi in campagna elettorale, per parola data e per contratto. Se ne sono già scordati? Senza bussola né pallottoliere, anche loro.
(venerdì 22 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


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