Monti, l'uomo per tutte le poltrone

Il presidente del Consiglio in carica a caccia di incarichi prestigiosi. È il “senso dello Stato” del professore cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato per un anno e mezzo le sorti del Paese

▇ «Dovrò marcire qui fino all'ultimo giorno». La frase attribuita a Mario Monti, dopo il burrascoso colloquio col presidente della Repubblica venerdì sera, non ha ricevuto conferme ufficiali e neanche smentite. Quindi è vera. E rivela la vera stoffa di cui è fatto il cosiddetto “salvatore della Patria”, l'uomo cui lo stesso Napolitano conferì, di fatto, i pieni poteri nel novembre del 2011, per sottrarre il paese alle umiliazioni inferte da Silvio Berlusconi. Dopo averlo visto all'opera (qui ne abbiamo parlato più volte), e soprattutto dopo averlo potuto pesare fino ad oggi — dal voltafaccia con cui si fece beffe dell'impegno a non fare il capo partito assunto col Quirinale —, possiamo tirare tutte le somme: un uomo sopravvalutato, politicamente ed elettoralmente. Forse anche umanamente. «Marcire»? A Palazzo Chigi? Parole indegne per uno statista. Un'ascesa, la sua — ricordiamocelo —, preceduta dall'omaggio di un seggio senatoriale a vita.
La sua statura appare, però, anche più bassa di così. Con la richiesta a Napolitano del lasciapassare per la presidenza di Palazzo Madama, e la contemporanea tresca col Pdl (confermata da Alfano) per arrivare alla presidenza della Repubblica in cambio dei voti a Schifani per il Senato, s'è rivelato quel che è: un uomo per tutte le poltrone, mutazione genetica del già pessimo homo politicus per tutte le stagioni. Una voracità personale per il potere, questa del Prof, che fa impallidire persino gli spettacoli più indecorosi offerti dai cascami della Prima Repubblica. Del resto, non a caso, i suoi consiglieri sul campo sono oggi il ciellino Mario Mauro (staccatosi appena ieri dal gran capo Formigoni e dai suoi traffici lombardi) e il doroteo Casini (ex portavoce del segretario Dc Forlani), che già si smarca e qualifica addirittura come «mastellismo di ritorno» i comportamenti personalistici di Monti. British style? Ma ci faccia il piacere!
C'è, però, un altro capolavoro politico conclusivo compiuto dall'uomo chiamato a ridare prestigio al nostro paese: tradire la parola data alle autorità indiane sui due Marò, dopo la licenza (concessa per il voto) ai fucilieri italiani accusati da New Delhi di aver ucciso in mare due pescatori, Ajeesh Binki e Valentine Jelastine, scambiati per pirati. Una figuraccia mondiale per la dignità dell'Italia, confezionata col suo ministro degli Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant'Agata. Senza ipocriti giri di parole: un comportamento da magliari, un altro schiaffo al Capo dello Stato, che anche con l'India ci aveva messo la faccia.
Il prestigio a cui Mario Monti tiene tanto si limita, evidentemente, al solo milieu finanziario e bancario. L'unico che davvero conosce e dal quale è capace di trarre legittimità e forza. Troppo poco per un presunto “salvatore della Patria”. Un po' poco anche per una borghesia (milanese e no) che non riesce a darsi altri orizzonti oltre ai denari, i sacri danée. Da tempo immemore.
(domenica 17 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


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