Se la politica italiana è malata, neanche il giornalismo sta bene


Quattro moschettieri della televisione italiana occupano la scena della discussione politica. A Servizio Pubblico di Santoro l'epilogo di una invasione più o meno barbarica. Soprattutto sbagliata

▇ Quattro contro una. E che quattro: Mentana, Lerner, Travaglio e lui, lo chef degli chef, Santoro. Con la Rosy Bindi a fare da punch ball già suonato prima ancora del match. Come sappiamo, per legge fisica, in politica i vuoti si riempiono sempre. In Italia la legge ha un corollario specifico: lo spazio lasciato libero è occupato naturaliter dai giornalisti. Un fenomeno visibile normalmente in ogni talk show che si rispetti, col giornalista di destra contrapposto a quello di sinistra, affiancati, a loro volta, da quello di centro.
A Servizio Pubblico il salto di qualità è stato plastico. Non il giornalista competente che partecipa (com'è giusto) alla discussione con dati e fatti, incalzando — se del caso — il politico di turno su opinioni o valutazioni discutibili o infondate. Nell'arena del re del talk, giovedì 7 marzo erano i giornalisti a disegnare strategie e abbozzare programmi politici: Mentana per i grillini, Lerner per i democratici. Santoro, come pretende il suo ego sterminato, aveva già messo sul tavolo una formazione di governo. E Travaglio ha fatto Travaglio, con endorsement postumo per Ingroia (alla Camera). Il politico, sdrucito e malcapitato (nel nostro caso la Bindi), chiamato a fare, al più, da contro-canto a tante mass-mediatiche celebrità.
A voi sembra normale? A me affatto. Se c'era bisogno di una controprova l'abbiamo avuta. Avendo ridisegnato da anni (per tutta la Seconda Repubblica) perimetro e linguaggio stesso della politica “parlata” (ne ho scritto qui ancora di recente), il padrone di casa appare anche come il padrone della bottega e del campo: finalmente un capo partito esplicito, felice di esserlo. E gli altri tre colleghi — che personalmente stimo, stimo molto, quando fanno il loro mestiere — agganciati al carro spazioso, con la loro partecipazione, per così dire, “azionaria”.
L'anomalia tutta nostrana — l'avrete notato — è venuta fuori con l'intervento (dalla piccionaia) di Petra Reski, giornalista tedesca di Focus, autrice di un'intervista a Beppe Grillo il 2 marzo. Dall'anticipazione del testo, giornali e telegiornali italiani hanno tratto la conclusione che il leader di M5S dicesse sì al governissimo, per alimentare il solito chiacchiericcio con annesso batti e ribatti. Una “lettura” durata neanche l'espace d'un matin, come il profumo della rosa. Smentita qualche ora dopo dal blog di Grillo e dal blog dell'autrice: «Mi sembrano tutti impazziti qui in Italia: la mia intervista per Focus non è ancora uscita e già viene citato Beppe Grillo con cose che non ha detto. Questa tecnica mi ricorda un po' quel gioco da bambini, in tedesco si chiama “Stille Post”, giocare a passaparola». Costretta, la povera Reski, a ri-smentire ancora in onda, davanti alle insistenze piccate del padrone di casa che citava testi non attribuibili a lei.
In quel piccolo sketch, tragico più che comico, c'è tutto l'abisso parolaio del giornalismo di complemento. Un malvezzo che ha fatto male alla consapevolezza dello stato di salute effettiva del nostro paese non meno che la sordità conclamata dei politici: sempre serviti, riveriti o sbertucciati, a seconda dei ruoli assegnati in commedia, celebrandoli sempre nella loro bolla autoreferenziale. Quando i fatti, le condizioni sociali o economiche o culturali, lasciano il campo al bla bla, il risveglio è amaro sempre. Anche per la democrazia e la nobiltà della politica. Una nobiltà che la politica può ancora recuperare rigenerandosi. Come dimostrano le tante facce pulite approdate nel parlamento che si insedia a giorni.
Se recupererà il giusto distacco richiesto dal ruolo (direi: dalla responsabilità) sociale che gli è proprio, il giornalismo italiano eviterà di far male anche a loro, ai nuovi arrivati, e a tutti noi. Giudichiamoli dai fatti, quando un giudizio va dato. Cominciando a studiare quel che han fatto finora nei vari angoli del paese (nel silenzio pressoché totale e permanente dei talk show). E soprattutto da quel che faranno da qui in poi. Non è difficile, rinunciando alle invasioni di campo, più o meno barbariche. Anche la rinuncia a qualche dose in eccesso di narcisismo ben pagato può far bene alla credibilità del mestiere che ci dà da vivere. Ci guadagneremmo tutti, giornalismo e politica. Cioè il paese intero.
Post scriptum. Avrete notato che la Bindi è scomparsa dal quadro. È l'effetto overdose. Potete onestamente dar torto alle idiosincrasie grilline per i talk show italiani almeno su questo?
(venerdì 8 marzo 2013)
[credit, foto Ansa]


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