Dov'è finito il cervello di Bersani? Nel taschino di D'Alema

Le disfatte del segretario Pd sono finite, o dobbiamo aspettarcene ancora altre? La débâcle sulla candidatura di Franco Marini al Quirinale è l'epilogo di una perdita totale di lucidità politica

 «Dov'è finito il cervello di Bersani?», m'ha chiesto stamane un amico che stimo. Aveva letto le cronache sulla débâcle di ieri a Montecitorio e, chiedendomelo, lui stimava, evidentemente, il mio giudizio. Gli ho risposto di getto: «Nel taschino di D'Alema. Dov'è sempre stato». Può apparire offensivo, lo riconosco, ma il cervello politico del segretario Pd porta i segni — indelebili, a questo punto — dell'imprinting dalemiano nella sua ascesa al vertice dei democratici italiani.
Mi aveva molto (e positivamente) sorpreso lo scatto di personalità con cui Pierluigi Bersani accettò la sfida di Matteo Renzi alle primarie. Una volontà di affrancarsi da ipoteche e appetiti dell'eterno apparato — m'era parso. Gruppi di potere che si rigenerano, forse, nei dati anagrafici, perpetuando, però, riti e appetiti. Imperterriti. Staccati sempre più dal mondo che dovrebbero servire e rappresentare. Una bella sfida in campo aperto non può che rigenerare tempra e idee, m'ero detto nel novembre scorso. Poi abbiamo avuto una campagna elettorale spenta, senza idee né mordente. Qui e là anche spocchiosa. Quindi l'errore fatale di chiudere gli occhi davanti alla propria sconfitta.
Per farla breve — i miei affezionati lettori possono rileggersi, se vogliono, le poche riflessioni che ebbi modo di fare sulla parabola di Bersani mercoledì 6 marzo su questo blog —, abbiamo assistito a una perdita totale di lucidità politica. La sua corsa a Palazzo Chigi s'era fermata lunedì 25 febbraio e non l'ha voluto capire. In 53 giorni, ha inanellato, così, un errore dopo l'altro. Fino alla disfatta — finale? — di ieri. Un altro 18 aprile, ben più penoso di quello del 1948. Bruciando il suo candidato, fatto scegliere direttamente dal giaguaro che avrebbe voluto smacchiare. Ci fosse stato, come qualcuno ipotizza, lo zampino del Colle (tetragono mèntore di larghe intese purchessia), mi rafforzerei nella convinzione che il medico del Quirinale da due anni e mezzo la malattia la generi, anziché curarla.
Di fronte a tanta ottusità politica, viene proprio da dirlo: Grillo appare oggi come il barone Von Clausewitz e Casaleggio il sommo Sun Tzu. Strateghi sopraffini? Forse soltanto più in sintonia col mondo reale che circonda loro e tutti gli altri leader politici. Solo che gli altri non ascoltano più il mondo reale, e neppure il “loro mondo”. Sordi e ciechi, chiusi nella loro bolla autoreferenziale. Protetti — o prigionieri? — da staff, cerchi e “tortelli” magici. Io direi tragici.
(giovedì 19 aprile 2013)
[credit, foto Ansa]


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