Lampedusa, le balene e i migranti

Navi, aerei e satelliti: ciechi davanti a cinquecento naufraghi che vanno a fuoco in mezzo al mare, a meno di un miglio dalla costa. Com'è stato possibile? Qualcuno risponda

 Le balene quel giorno si inabissarono. Ero andato ad avvistarle e filmarle. Ed è stata l'ultima volta che mi sono lasciato Lampedusa alle spalle. Qualche giorno prima l'isola era stata circondata da una decina di cetacei. Eventi non rari in quel mare blu che pullula di krill. Le correnti profonde lo sollevano dagli abissi della Sirte assieme a fiumi di plancton. Le balene vanno lì a crescere i piccoli. E li portano sotto costa lungo le falesie a strapiombo, dal lato opposto dell'isola dei Conigli, il paradiso dei turisti europei.
I relitti dei barconi stavano in un canto del porto. Fasciami sconnessi, legni marci, resti di una disperazione più forte, sempre, della paura. Tutti sotto sequestro, a disposizione di una magistratura che non viene quasi mai a capo dei mercanti d'uomini. D'inverno, col mare freddo e le onde alte, qualche volta anche l'altra faccia della speranza si arrende. E i migranti danno tregua alla disperazione. Quello era un giorno di tregua. 
Quel gennaio era anche più freddo del solito. Niente pescherecci in mare, le navi della Marina pattugliavano più a sud, lungo le coste libiche e tunisine. Le balene erano più tranquille così. E curiosavano in pace intorno a una fetta di calcare africano emersa dal mare per un centinaio di metri. Per la geografia politica questo è il confine meridionale dell'Unione Europea. 
Qui gli strumenti più sofisticati per misurare l'inquinamento atmosferico del continente vengono tarati, fissando lo zero convenzionale. Qui fisici e biologi fanno il bianco alle loro apparecchiature, per l'assoluta purezza dell'aria in un luogo abitato, mi aveva spiegato un tecnico nell'Osservatorio climatico Enea dietro al faro sulla costa scoscesa che guarda l'Africa. Il giorno dopo mi sarei imbarcato sulla nave dell'Icram (l'Istituto di ricerca sul mare del ministero dell'Ambiente) per cacciare balene, armati di microchip da “sparare” sotto pelle, e seguirne gli spostamenti. Puro qui è anche il mare. E loro, le balene, lo testimoniano emergendo di tanto in tanto, consentendo anche ai ricercatori di lavorare.
Oltre che un laboratorio a cielo aperto, Lampedusa è un lembo di terra super sorvegliata, dal cielo e dal mare, da quando Gheddafi la prese di mira con un missile. Lo fa l'Italia, lo fa l'Europa, lo fanno la Nato e gli Stati Uniti d'America. Con le loro fregate, i loro aerei, i loro satelliti. È così da trent'anni. Gli ufficiali della Marina, della Finanza, della Guardia costiera annotano gli avvistamenti dei grandi cetacei, li censiscono. Lo fanno pure i rais dei pescherecci. Serve anche alla loro pesca. Gli uni e gli altri tracciano rotte sui loro mezzi super tecnologici o solo essenziali a riempire le stive di sgombri. Sono rotte di balene e di migranti, quando li scorgono, li scrutano. O li soccorrono. 
È un mistero  che dite?  che tutti questi mezzi, i più precisi a disposizione del continente più ricco del mondo, siano ciechi di fronte a cinquecento naufraghi che vanno a fuoco in mezzo al mare. Alle due di notte. No. Non è affatto un mistero. «È una vergogna», ha detto a caldo Papa Francesco. Lui aveva cominciato da lì, da quel mare — che, a seconda delle correnti, pullula di krill, plancton o cadaveri  il suo viaggio per dare  speranza ai senza voce e ai senza volto. Uomini e donne e bambini che giacciono in fondo a quell'acqua blu abitata da balene. Più visibili degli umani, ho pensato guardando le immagini dell'ultima tragedia consumata nel Canale di Sicilia
Fra chi decide il destino degli altri uomini, nessuno ha ascoltato Jorge Mario Bergoglio. Nessuno ha sentito il grido di quei migranti. Tranne quei marinai con volti scavati dalla salsedine e sguardi puntati all'orizzonte. Accorsi a prenderli sui loro mezzi, vivi e morti. Sfidando leggi ottuse di uno Stato e di un continente, il nostro, senza più umanità, prigioniero dei mercanti di spread e di futures. Raiders cinici e crudeli quanto i passeurs di uomini e donne, con alle spalle scie di cadaveri. Gli uni e gli altri. In terra e in mare. 
100 mila migranti e profughi negli ultimi dieci anni, ha dichiarato ieri sera in televisione il ministro della Difesa italiano, Mario Mauro. Tra 6 e 10 mila morti annegati nello stesso periodo, chiusi in una tomba d'acqua. Numeri di una guerra. Per di più provvisori: fino al prossimo barcone rovesciato dalle onde, pieno di esseri umani in fuga da fame e disperazione. Come possiamo sopportarlo inermi?
■ (venerdì 4 ottobre 2013)
[credit, foto Ansa]