La strategia del cuculo

L'uovo deposto da Renzi nel nido della sinistra ex pci-pds-ds s'è schiuso e ha messo le piume. Ora può buttare giù dal ramo i pulcini sopravvissuti dell'originaria nidiata

▇ Ci siamo. Col passare dei mesi e il lento precisarsi dei supporter, la strategia di Renzi capo di partito e leader di governo va prendendo corpo. Nella demolizione dello Statuto dei lavoratori e dell'articolo 18, gli applausi più calorosi e recenti li ha ricevuti, ad esempio, da Gaetano Caltagirone (costruttore edile, fra i primi undici italiani più ricchi nel 2011, editore de Il Messaggero di Roma, Il Mattino di Napoli, Il Gazzettino di Venezia) e dal di lui genero Pier Ferdinando Casini (nientepopodimenoche!). A conclusione del tour in America coast to coast, aveva già incassato il sostegno di Marchionne (editore, en passant, del Corriere della Sera di Milano e La Stampa di Torino). Prima di volare oltreoceano, s'erano già dispiegate le ali protettive del Partito del Nazareno al completo, da Brunetta al Condannato (cosa editi lui è superfluo specificarlo), passando da Sacconi.
Finora, del capo del Pd avevamo potuto gustare le sue trovate tattiche e la sloganistica spumeggiante. Abilissimo nel richiamare l'attenzione su di sé, sul suo velocismo, la sua prontezza di riflessi; e nel mettere all'angolo avversari bolliti o esangui, come vediamo da due anni in qua. Un gioco vincente, per far fuori Bersani dal partito e Letta dal governo. Da ieri c'è qualche indizio in più per capire anche dove andrà a finire, nel partito e al governo.
Al governo, Matteo Renzi sventolerà lo scalpo dei sindacati, oggi impopolari quanto i partiti (se non più), attribuendo loro la responsabilità di una fuga dagli investimenti che dura da quattro-cinque lustri e per ben altre ragioni: le rendite finanziarie, ad esempio, cresciute di pari passo alle disuguaglianze sociali. Ventilerà tutele universali estese a tutti, al posto di un articolo 18 antidiscriminatorio da lui dipinto come scudo per lavativi. Con quali soldi potrà rendere effettive eventuali nuove tutele non si sa, visto che, ad oggi, le risorse le dispone forse per uno su dieci dei senza lavoro attuali e prossimi venturi. 
Nel partito  per stare alle metafore ornitologiche che egli ama tanto  siamo forse all'epilogo della strategia del cuculo. Renzi ha deposto il suo uovo nel nido della sinistra ex pci-pds-ds, dopo le prove vincenti di Firenze. Ora che l'uovo s'è intanto schiuso, militanti ed elettori di sinistra si accorgono dei tanti danni combinati da insipienza, connivenza o supponenza dei loro leader, D'Alema in primis, a capo di una nave mandata in secca. 
E così Renzi segretario e premier può buttare giù dal ramo i pulcini sopravvissuti dell'originaria nidiata.
■ (martedì 30 settembre 2014)


Non ci fosse la realtà...

Non ci fossero morti sul lavoro, inchieste della magistratura e giornalisti rompiscatole, tutto andrebbe bene e a gonfie vele, madama la Marchesa. E il 18, anziché l'articolo di una legge che ha fatto più civile l'Italia, sarebbe solo un numero sul calendario

Non ci fossero stati quattro morti per asfissia, in un'azienda di smaltimento rifiuti, le parole del capo dello Stato contro il conservatorismo nel mondo del lavoro sarebbe stato uno dei suoi tanti moniti. Da quando Giorgio Napolitano ha deciso di stare in partita da giocatore e non da arbitro, i suoi sconfinamenti politici non si contano più.
Il suo impegno contro le morti sul lavoro è forse uno dei meriti più alti che la presidenza della Repubblica può rivendicare con orgoglio. Personalmente ho avuto modo di dargliene atto, nel mio lavoro di cronista televisivo e su questo blog. Anche per questo il suo monitare in appoggio alla guerra di Renzi contro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori m'è parso il più fuori luogo di tutti. Poco dopo le sue parole, dagli Usa, il premier ha minacciato difatti un «cambiamento violento»: già convocato il Consiglio supremo di difesa?
Chi il lavoro ce l'ha ancora, ha il terrore di perderlo. È disposto quasi a tutto per evitarsi un rimprovero, un pur minimo sospetto di non ammazzarsi abbastanza per guadagnarsi la pagnotta. E, se c'è da correre, l'ultima cosa cui pensa sono le procedure di sicurezza — conservatorismo puro, letterale: conservare la pelle. Pur di far lavorare i propri figli, sono sempre di più i genitori costretti a integrare la paghetta (di questo oramai si tratta) data dalle aziende per stage o apprendistato. Con quel che guadagnano da soli, è impossibile ai choosy — come li chiamò sprezzantemente l'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero — pagare luce e gas, se hanno avuto l'ardire di mettere su casa. Può Napolitano non saperlo? Conservatorismo anche questo? 
Non ci fosse stata un'altra iscrizione di Denis Verdini (la quarta) nel registro degli indagati, il tenutario del Patto del Nazareno potrebbe accontentarsi di un grattino della ministra Boschi, come il pluritrombato e neoindagato giudice in pectore della Corte costituzionale Donato Bruno. Stavolta il tuttofare di Berlusconi dovrà spiegare ai magistrati la dazione di un milione di euro ricevuta per un mancato prestito. Ha già sul groppo tre rinvii a giudizio: al processo P3, nel fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, e per l'accusa di truffa ai danni dello Stato sui 22 milioni di euro ricevuti dal suo "Giornale della Toscana" e "Metropoli Day".
Non ci fossero giornalisti liberi, ci saremmo dimenticati cosa diceva Renzi due anni fa a proposito dell'articolo 18. Nello studio di Servizio Pubblico, su La7, ad aprile del 2012 usava queste parole: «In questo momento nel mio territorio ci sono almeno 3 crisi aziendali di aziende di 150 persone che hanno deciso dalla mattina alla sera di chiudere e di andarsene. L’articolo 18 per loro non è un problema e per quel lavoratore non è una sicurezza. Ho detto sull’articolo 18 e lo ripeto qui che non ho trovato un solo imprenditore, in tre anni che faccio il sindaco, che mi abbia detto “Caro Renzi, io non lavoro a Firenze o in Italia, non porto i soldi, perché c’è l’articolo 18. Nessuno me l’ha detto. Non c’è un imprenditore che ponga l’articolo 18 come un problema. Perché, mi dicono, c’è un problema di burocrazia, di tasse, di giustizia, non dell’articolo 18». Avete visto e sentito bene? 
Senza stampa scomoda, non ci ricorderemmo neanche cosa dichiarava il presidente di Confindustria Sergio Squinzi sullo stesso argomento qualche giorno prima, a marzo del 2012. Il patron della Mapei, già controparte di Sergio Cofferati ai tempi di Federchimica, parlava chiaro. «Non credo sia l’articolo 18 a fermare lo sviluppo del Paese». I veri freni alla crescita dell’Italia e delle sue aziende, sottolineava, sono «la burocrazia, il costo dell’energia, la mancanza di infrastrutture».
Insomma, non ci fosse la realtà, basterebbe una recita a soggetto giornaliera. Del capo del governo, dei suoi sostenitori, dei suoi cantori. O di qualche altro imbonitore di scarsa memoria. Ed invece ci sono i fatti nudi e crudi a rimetterci coi piedi per terra. E a porci tante domande. Questa, ad esempio: perché Renzi s'è lasciato ghermire da chi ha portato l'Italia sin qui, riducendola a un povero paese che langue? 
In pochissimi mesi, la lista degli interrogativi scomodi s'allunga a vista d'occhio. Perché un giovane e arrembante presidente del Consiglio senza scheletri nell'armadio e con consensi crescenti ha messo le Marcegaglia o i Descalzi ai vertici di una grande azienda come l'Eni. Perché il Partito democratico gli sta stretto e s'è fatto il Partito del Nazareno con un pregiudicato per frode fiscale. Perché anche lui s'è circondato di yes men e yes women, preferibilmente di bell'aspetto dotati  per lo più  di «idées reçues», per dirla alla Descartes. Bandendo gli interrogativi scomodi, poco a poco scompaiono gli interrogativi tout court. E restano i problemi. Tutti interi e aggravati. 
■ (martedì 23 settembre 2014)


Parola di boy scout!



In partenza per gli Stati Uniti, Matteo Renzi attacca lancia in resta sul Jobs act e l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il video del premier in camicia bianca davanti alla Colonna di Marco Aurelio di questi giorni e l'imitazione di Berlusconi diciotto anni fa in parrocchia

▇ Ero in aereo, mentre andava in onda su tutti i tg a reti unificate. Non l'ho potuto vedere e l'ho cercato su internet. Ma del video del premier, registrato davanti alla finestra di Palazzo Chigi con le spalle alla Colonna di Marco Aurelio, sul portale del governo non c'era traccia. 
Ho scartabellato nei siti dei giornali, e alla fine ho trovato l'annuncio della battaglia di Matteo Renzi sul Jobs act e l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori postato alle tv. E ho scoperto che il nostro capo del governo ha a cuore le sorti di "Marta", precaria in attesa di un bimbo senza diritto alla maternità, di "Giuseppe" che a cinquant'anni è senza cassa integrazione, e del povero artigiano senza fido in banca. Niente a che vedere con Margaret Thatcher, ha giurato il capo del governo da consumato oratore per mettere all'angolo il capo della Cgil Susanna Camusso. 
Per chi se lo fosse scordato, la Lady di ferro, leader del partito conservatore e primo ministro inglese, piegò i sindacati britannici sui licenziamenti di massa negli anni Ottanta. E smontò il welfare state costruito in mezzo secolo da laburisti, socialdemocratici, liberal dell'intero Occidente. Consegnò, così, la chiave di Dowining Street a Tony Blair con l'appartamento ripulito di tutte le conquiste sociali per il diritto allo studio, alla salute, ai servizi pubblici, semplificando non poco il compito al capo del New Labour, molto "New" e poco "Labour". 
In questo, il compito di Matteo Renzi è ancora un tantino più complicato nel propinarci, venti o trent'anni dopo, "il prezzo della disuguaglianza", per dirla con Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l'economia. Convincendoci che è questo il nostro radioso futuro, con angoscia e insicurezza per quasi tutti. Come se, togliendo un diritto a qualcuno, esso passi ai senza diritti. E non fosse dimostrato da gran tempo che il trasferimento smisurato di ricchezza dal basso verso l'alto abbia già provocato crescita più lenta, Pil inferiore e maggiore instabilità (per stare ai misuratori tradizionali), non solo in Italia. 
Coi tempi che corrono e le insopportabili ingiustizie sociali, generati dal thatcherismo combinato al blairismo, vedremo se stavolta la spunta l'ex craxista Sacconi. Lui l'obiettivo di umiliare la Cgil e l'ossessione di eliminare il reintegro di un lavoratore licenziato senza giusta causa li coltiva da tre lustri: non gli par vero  genio della comunicazione renzista  che possa essere questa "la svolta buona"
A fianco del video del premier in camicia bianca e lancia in resta nell'imbarcarsi per gli Stati Uniti, c'era anche qualche altro link (meraviglia della rete!). Uno era quello (di seguito in evidenza) in cui Matteo Renzi imita Berlusconi in una recita parrocchiale nel 1996. Avete cliccato? Visto che lungimirante bravura? Spunti notevoli per semiotici del potere su come si assimila una madrelingua. 
A me era sfuggito. Già allora, diciotto anni fa, quel ventunenne istrionico aveva idee chiarissime, qui declinate sulle note del ragazzo della Via Gluck. "Passo lungo e camminare", s'era detto con gli amici. Si va da Rignano sull'Arno a Roma, passando da Firenze. Sbaraccando prima "i baffetti" del proprio borgo, poi di Palazzo Vecchio e alla fine di Palazzo Chigi. Così imparano, D'Alema e i suoi. Parola di boy scout!  
■ (sabato 20 settembre 2014)



Il consulto del condannato



Prima di andare in Galles al debutto nel vertice Nato sulla guerra in Ucraina, il premier Renzi raccoglie i consigli di Berlusconi, buon amico di Putin 

▇ Senza più diritti politici ma col potere di dare ancora consigli. Per di più richiesti e, pensate un po', sul più scottante fronte aperto in Europa: la guerra di Putin in Crimea. Stiamo parlando  manco a dirlo  di un signore condannato ai servizi sociali per frode fiscale ed espulso dal Senato della Repubblica per indegnità morale meno di un anno fa. A questo punto persino il nome è superfluo. La notizia la dà, con un certo rilievo a pagina 2, il misurato giornale della Confindustria.
Secondo Il Sole 24 Ore, il premier Renzi s'è rivolto proprio a lui, Silvio Berlusconi, per capire cosa fare al suo primo vertice della Nato in Galles sulla precaria tregua tra Russia e Ucraina. Chi meglio dell'attuale assistente agli anziani di Cesano Boscone può spiegargli come trattare con Vladimir Putin? Dal quale ha ricevuto non solo il fatidico lettone per ospitare le sue Olgettine (forse con microspia incorporata). Dal nuovo zar di tutte le Russie lui ha avuto soprattutto il via libera alle joint ventures private (sue e dei suoi accoliti) sull'import del gas siberiano per scaldare gli italiani. Ricambiandolo con l'indirizzo del suo chirurgo plastico per un lifting facciale in salsa moscovita, e l'assenso garantito ad ogni pretesa di dominio geopolitico. 
In undici mesi di volontario silenzio su questo blog, ne sono successe davvero tante. Il grande rottamatore ha seppellito l'ossuta classe dirigente del Pd di derivazione diessina, che proprio ieri l'ha ricambiato con un calcio negli stinchi del solito D'Alema. S'è impadronito prima del partito e poi del governo con un "uno-due" degno del miglior Cassius Clay, sloggiando Letta nipote col celeberrimo tweet #enricostaisereno. Ha vinto alla grande le elezioni europee di maggio e ha quasi demolito la Costituzione con una riforma del Senato che sarebbe bocciata al primo esame di diritto costituzionale di una qualsiasi università italiana, pur se sostenuto dalla ministra col sorriso stampato, al secolo Maria Elena Boschi. Tutto col contributo determinante della tessera 1816 della P2 di Licio Gelli.
Ecco. In un anno, sul fronte interno, è avvenuto tutto questo ed altro ancora. Il giovane "velocista" (copyright del professor Sartori) ha dettato almeno un titolo al giorno a quotidiani e tv, un profluvio di annunci con poca ciccia. Amplificati dal cicaleccio dei talk show in servizio permanente effettivo h24. Sul fronte europeo, in attesa di vedere i succosi frutti del più strombazzato "semestre italiano" di tutti i tempi, mancava ancora la prova Nato. Da qui il consulto con Berlusconi autonominatosi, nel 2011, «il più popolare leader politico europeo» qualche giorno prima che venisse seppellito da una risata di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. 
A pensarci bene, un consulto di cui Italia ed Europa sentivano veramente bisogno. 
■ (giovedì 4 settembre 2014)