Non ci fosse la realtà...

Non ci fossero morti sul lavoro, inchieste della magistratura e giornalisti rompiscatole, tutto andrebbe bene e a gonfie vele, madama la Marchesa. E il 18, anziché l'articolo di una legge che ha fatto più civile l'Italia, sarebbe solo un numero sul calendario

Non ci fossero stati quattro morti per asfissia, in un'azienda di smaltimento rifiuti, le parole del capo dello Stato contro il conservatorismo nel mondo del lavoro sarebbe stato uno dei suoi tanti moniti. Da quando Giorgio Napolitano ha deciso di stare in partita da giocatore e non da arbitro, i suoi sconfinamenti politici non si contano più.
Il suo impegno contro le morti sul lavoro è forse uno dei meriti più alti che la presidenza della Repubblica può rivendicare con orgoglio. Personalmente ho avuto modo di dargliene atto, nel mio lavoro di cronista televisivo e su questo blog. Anche per questo il suo monitare in appoggio alla guerra di Renzi contro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori m'è parso il più fuori luogo di tutti. Poco dopo le sue parole, dagli Usa, il premier ha minacciato difatti un «cambiamento violento»: già convocato il Consiglio supremo di difesa?
Chi il lavoro ce l'ha ancora, ha il terrore di perderlo. È disposto quasi a tutto per evitarsi un rimprovero, un pur minimo sospetto di non ammazzarsi abbastanza per guadagnarsi la pagnotta. E, se c'è da correre, l'ultima cosa cui pensa sono le procedure di sicurezza — conservatorismo puro, letterale: conservare la pelle. Pur di far lavorare i propri figli, sono sempre di più i genitori costretti a integrare la paghetta (di questo oramai si tratta) data dalle aziende per stage o apprendistato. Con quel che guadagnano da soli, è impossibile ai choosy — come li chiamò sprezzantemente l'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero — pagare luce e gas, se hanno avuto l'ardire di mettere su casa. Può Napolitano non saperlo? Conservatorismo anche questo? 
Non ci fosse stata un'altra iscrizione di Denis Verdini (la quarta) nel registro degli indagati, il tenutario del Patto del Nazareno potrebbe accontentarsi di un grattino della ministra Boschi, come il pluritrombato e neoindagato giudice in pectore della Corte costituzionale Donato Bruno. Stavolta il tuttofare di Berlusconi dovrà spiegare ai magistrati la dazione di un milione di euro ricevuta per un mancato prestito. Ha già sul groppo tre rinvii a giudizio: al processo P3, nel fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, e per l'accusa di truffa ai danni dello Stato sui 22 milioni di euro ricevuti dal suo "Giornale della Toscana" e "Metropoli Day".
Non ci fossero giornalisti liberi, ci saremmo dimenticati cosa diceva Renzi due anni fa a proposito dell'articolo 18. Nello studio di Servizio Pubblico, su La7, ad aprile del 2012 usava queste parole: «In questo momento nel mio territorio ci sono almeno 3 crisi aziendali di aziende di 150 persone che hanno deciso dalla mattina alla sera di chiudere e di andarsene. L’articolo 18 per loro non è un problema e per quel lavoratore non è una sicurezza. Ho detto sull’articolo 18 e lo ripeto qui che non ho trovato un solo imprenditore, in tre anni che faccio il sindaco, che mi abbia detto “Caro Renzi, io non lavoro a Firenze o in Italia, non porto i soldi, perché c’è l’articolo 18. Nessuno me l’ha detto. Non c’è un imprenditore che ponga l’articolo 18 come un problema. Perché, mi dicono, c’è un problema di burocrazia, di tasse, di giustizia, non dell’articolo 18». Avete visto e sentito bene? 
Senza stampa scomoda, non ci ricorderemmo neanche cosa dichiarava il presidente di Confindustria Sergio Squinzi sullo stesso argomento qualche giorno prima, a marzo del 2012. Il patron della Mapei, già controparte di Sergio Cofferati ai tempi di Federchimica, parlava chiaro. «Non credo sia l’articolo 18 a fermare lo sviluppo del Paese». I veri freni alla crescita dell’Italia e delle sue aziende, sottolineava, sono «la burocrazia, il costo dell’energia, la mancanza di infrastrutture».
Insomma, non ci fosse la realtà, basterebbe una recita a soggetto giornaliera. Del capo del governo, dei suoi sostenitori, dei suoi cantori. O di qualche altro imbonitore di scarsa memoria. Ed invece ci sono i fatti nudi e crudi a rimetterci coi piedi per terra. E a porci tante domande. Questa, ad esempio: perché Renzi s'è lasciato ghermire da chi ha portato l'Italia sin qui, riducendola a un povero paese che langue? 
In pochissimi mesi, la lista degli interrogativi scomodi s'allunga a vista d'occhio. Perché un giovane e arrembante presidente del Consiglio senza scheletri nell'armadio e con consensi crescenti ha messo le Marcegaglia o i Descalzi ai vertici di una grande azienda come l'Eni. Perché il Partito democratico gli sta stretto e s'è fatto il Partito del Nazareno con un pregiudicato per frode fiscale. Perché anche lui s'è circondato di yes men e yes women, preferibilmente di bell'aspetto dotati  per lo più  di «idées reçues», per dirla alla Descartes. Bandendo gli interrogativi scomodi, poco a poco scompaiono gli interrogativi tout court. E restano i problemi. Tutti interi e aggravati. 
■ (martedì 23 settembre 2014)


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