Sorella Acqua

▇ LA CERCHIAMO PERSINO NELLO SPAZIO come sicuro indizio di vita, ma in Italia ne perdiamo per strada più della metà. Le riserve dei nostri ghiacciai intanto si svuotano, e le campagne tornano nella morsa della siccità. Per di più la inquiniamo da decenni e finiremo per pagarla sempre più cara. Pensiamo a un paradosso davvero inquietante: l’acqua che mangiamo potrebbe farci patire presto la sete. 

Parte da queste osservazioni il mio reportage di 70 minuti fra le acque d’Italia. Sotto i riflettori delle telecamere di Speciale Tg1 i mutamenti climatici e l’aumento delle tariffe, la dispersione di reti idriche fatiscenti, l’uso dei satelliti per irrigare meglio consumando meno e i conflitti sull’acqua, tra turismo e agricoltura, tra centraline idroelettriche e deflusso minimo vitale dei fiumi. Una risorsa così preziosa da poterla ribattezzare oramai H2Oro.

Un viaggio dalla Sicilia al Friuli, dagli invasi del Gran Paradiso al Delta del Po, dalla mancata depurazione delle acque reflue con le multe europee in arrivo, ai pesci transessuali generati dagli ormoni scaricati nei nostri fiumi, fra esperti qualificati e protagonisti di primo piano. Con un bilancio di amministratori locali e comitati di cittadini a sei anni dal referendum del 2011 per l’acqua pubblica vinto dai promotori col 95% di Sì. 

Le analisi del climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli sul dimezzamento dei ghiacciai alpini nell’ultimo secolo, del giurista Ugo Mattei sul diritto costituzionale ai beni comuni, della sociologa ed economista Saskia Sassen sulla logica “estrattiva” del mercato globale, del top manager della Coca Cola Gregory Koch sulla “depredazione” delle risorse locali, della ricercatrice Francesca Greco sull’acqua virtuale, e una riflessione inedita di Papa Francesco sul diritto umano all’acqua.

Nel link che segue il documentario integrale trasmesso domenica 2 luglio su Rai 1. Buona visione a chi non l’ha visto in onda.

Speciale Tg1


(sabato 15 luglio 2017)



L'Eni, il petrolio e l'acqua lucana

 STOP AL CENTRO OLIO IN VAL D'AGRI, IL VIDEO. La fuoriuscita di idrocarburi policiclici aromatici ferro e manganese, finiti nelle falde acquifere attorno a Viggiano (Potenza), ha provocato la chiusura del Cova. Il Centro Olio della Val d'Agri è un impianto strategico dell'Eni che lavora fino a 70 mila barili di greggio al giorno estratto dal più grande giacimento di petrolio sulla terra ferma dell'Europa Occidentale. A rischio l'invaso del Pertusillo, il bacino idrico che alimenta gli acquedotti di Puglia, Calabria e Lucania, ad appena un chilometro e ottocento metri dal Cova. 

Manganese, ferro e idrocarburi policiclici aromatici erano stati trovati nelle settimane scorse in «quantità molto cospicue» dai tecnici dell'Arpab, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente in Basilicata. E la Giunta lucana imputa all'Eni «ritardi e inadempienze» nell'esecuzione delle prescrizioni fissate in precedenza per la sicurezza dei serbatoi che contengono le acque di lavorazione del greggio. Metalli pesanti e idrocarburi sono finiti così nei terreni circostanti. Dal venerdì santo, il sindaco di Grumento ha proibito l'uso di foraggi e pozzi idrici a valle dello stabilimento. 

La professoressa Albina Colella, geologa dell'Università della Basilicata, ricorda al mio microfono come già nel 2012 la sua équipe aveva rilevato fino a 6458 microgrammi per litro di idrocarburi totali nelle acque del Pertusillo, 32 volte superiori ai limiti di legge fissati a 200 microgrammi/litro. Un anno prima erano stati i tecnici dell'Arpab a trovarne 3140 microgrammi per litro in un campione d'acqua del Pertusillo e 1530 in un altro, tra 7 e 15 volte superiori ai limiti consentiti. 

In una nota l'Eni sottolinea come «nell'area attorno al Centro Olio della Val d'Agri esiste un sistema di monitoraggio unico nel suo genere» per quantità di prelievi e tecnologie innovative impiegate. Una rete di controllo con ben 8 punti di campionamento per chilometro quadrato: evidentemente, non è bastata ad evitare la fuoriuscita di metalli e idrocarburi dalle aree di lavorazione. 

Il mio servizio trasmesso martedì 18 aprile da Tgr Leonardo su Rai 3 è a 3'57" del link. Buona visione a chi non l'ha visto in onda.

Tgr Leonardo

■ (mercoledì 19 aprile 2017)


Giornate Fai, la cura della bellezza

 IN DIRETTA DOMENICA 26 MARZO SU RAI 3. La venticinquesima edizione delle Giornate di Primavera del Fai a cura della Tgr Rai dalle 8.30 alle 11.10 con servizi e collegamenti da tutt'Italia. Il mio racconto dal Monastero di Trinità dei Monti a Roma col presidente e il vicepresidente del Fai, Andrea Carandini e Marco Magnifico, e la partecipazione di testimonial del mondo del cinema e del teatro. La storia e le immagini del convento dei Padri Minimi fondato nel XV secolo da San Francesco di Paola sul Pincio in quelli che furono gli Orti Luculliani: "Non est in toto laetior urbe locus" (Non c'è in tutta la città luogo più ameno), campeggia sulla porta della biblioteca del convento

Un monumento di grande fascino saccheggiato dai soldati di Napoleone aperto eccezionalmente al pubblico, con gli affreschi anamorfici di Emmanuel Maignan e il Refettorio trompe l'oeil delle cento colonne di Andrea Pozzo: ''il più sontuoso della Roma dei Papi, dove non si mangiava quasi niente", per le regole alimentari molto austere della comunità religiosa. I frati non consumavano, difatti, né carne né uova, e nemmeno latticini. Ironia della storia o legge del contrappasso che fosse, sotto il salone del Refettorio c'erano le sale dei baccanali di Messalina; per i suoi tradimenti amorosi fatta uccidere proprio qui dal marito, l'imperatore Claudio. 

Un luogo colmo di storia che merita una visita accurata, senza alcun dubbio. 

■ (domenica 26 marzo 2017)


Roma, lo stadio e Antonio Cederna

   Da settimane impazza il dibattito sul nuovo stadio cosiddetto della Roma a Tor di Valle e sulle scelte urbanistiche della giunta pentastellata. Soprattutto dopo le dimissioni dell’assessore Paolo Berdini, contrario a edificare 977 mila metri cubi di locali commerciali e uffici, con tre grattacieli adiacenti al campo da gioco, in un’ansa del Tevere a rischio esondazione. Un pretesto, per alcuni, per attaccare i vincoli paesaggistici o idrogeologici che frenerebbero lo sviluppo della capitale. 

Di seguito un intervento di Vittorio Emiliani a difesa delle lotte e della memoria di Antonio Cederna, giornalista, scrittore, autorevolissimo esponente di Italia Nostra e primo presidente del Parco dell’Appia Antica, attaccato frontalmente dal “Messaggero”. Del quotidiano più diffuso in città Emiliani è stato direttore a lungo, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. — (i.s.)
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Il Messaggero e il “cedernismo”
di Vittorio Emiliani

Vorrei rimarcare il livello sempre più basso toccato da certa stampa romana in particolare dal “Messaggero” maneggiato da anni, da quando Franco Gaetano Caltagirone ne è diventato proprietario, come una minaccia ogni volta che entrano in gioco grandi (e non solo grandi) questioni urbanistiche. Il suo direttore, Virman Cusenza, ha dedicato il 24 scorso ad Antonio Cederna e al “cedernismo”, alla politica di tutela territoriale e storica in generale, un editoriale veramente desolante per pochezza culturale e per interessata faziosità. Forse è bene rileggerlo e tenerlo a mente.

«Sono queste alcune delle ragioni — scrive il direttore Virman Cusenza — per cui il Messaggero, nel corso di questo dibattito, ha fatto sentire con nettezza la sua voce critica (nota bene, nei confronti del nuovo Stadio promosso da un concorrente di Franco Gaetano Caltagirone proprietario del giornale, e cioè Luca Parnasi, ndr). La nostra cultura liberale ci vieta, quasi per statuto, di essere contrari all’innovazione. Altrimenti non avremmo scomodato Cavour all’inizio di questo scritto. 

«Questo giornale ha condotto battaglie contro le clientele in tutti i settori, proprio a riprova della sua vocazione a dare ossigeno e valori forti alla Capitale. Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la città in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama “cedernismo”. Un’espressione intimamente connessa alla parola declino. Il cedernismo — dal nome dell’urbanista ambientalista Antonio Cederna, dominus di una lunga stagione all’insegna della concezione immobile pietrificata della storia di Roma — è un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo.

«Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernità, mobilità e vivibilità ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma. L’ultimo esempio è arrivato proprio con il vincolo posto sulle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle (incomprensibile tutela a un bene insignificante) che viene indicato, dai fautori del no, come una delle ragioni — anzi come la ragione stringente — per non fare lo stadio in quell’area. Ma ci sono altre e ben più fondate ragioni — come vedremo — per smontare alla radice la natura di questo progetto».

Ovviamente al direttore del “Messaggero” non importa nulla del fatto che le battaglie di Cederna a difesa dell’Appia Antica abbiano avuto nel tempo successo salvando quello straordinario parco archeologico e naturalistico. Anzi gli secca un bel po’. Lui vuol dare a Roma “forti valori”, probabilmente immobiliari. Come gli secca che l’azione instancabile di Antonio abbia salvato tante parti minacciate del centro storico che concorrono pure al suo grande successo turistico presso gli stranieri. Chissà di quali “innovazioni” sarebbero stati capaci i vari Caltagirone nel cuore di Roma antica. 

Egli, con sommo sprezzo del ridicolo, si spinge ad affermare che la grande battaglia combattuta (e ahimè persa) da Antonio oltre mezzo secolo fa contro il mastodonte dell’Hotel Hilton sulla collina di Monte Mario abbia poi scoraggiato la costruzione o la creazione di altri complessi alberghieri di prima categoria nella capitale. 

«All’insegna dell’affermazione di potere di queste Soprintendenze, di cui si dovrebbe procedere a una radicale riforma — prosegue infatti Cusenza— il “cedernismo” di cui stiamo parlando ha provocato a Roma quei danni irreparabili, legati per esempio alla lontana ma purtroppo ancora attualissima polemica sull’hotel Hilton a Monte Mario. Di quell’approccio ancora oggi paghiamo i segni nel vedere come i turisti a Roma non trovino alberghi all’altezza della concorrenza internazionale. Tutto è stato ingessato». Grottesco. Non so quanti fossero mezzo secolo fa gli hotel a 5 stelle e 5 stelle lusso, ben pochi credo, so che soltanto nel dodicennio 2003-2015 essi sono aumentati da 19 a 35 (+ 84 %) e da 6800 a 9200 i loro posti letto (+ 35-36 %). Mi pare che i posti non manchino.

Quando Antonio Cederna, al quale tutta l’Italia civile e avanzata dirà grazie per sempre per i suoi instancabili, illuminati contributi, essi sì “moderni” e innovativi, apprezzati dagli studiosi di tutto il mondo, si spense, nell’agosto del 1996, l’allora direttore del “Messaggero” Pietro Calabrese mi commissionò una intera pagina di ricordo. Il quotidiano era già passato nelle mani di Caltagirone e  Calabrese ebbe i suoi guai.

Vorrei anche ricordare che ai tempi dei Perrone, con Giulio Tirincanti e con Matteo De Monte, il quotidiano di via del Tritone si comportò in modo decisamente corretto nei confronti di Cederna e di Italia Nostra. Nell’80 (il quotidiano era passato a Montedison) io trovai già fra i collaboratori l’allora pretore Gianfranco Amendola, che ebbe sempre un ruolo di primo piano; e potei chiamare, fra gli altri, Italo Insolera, Vezio De Lucia, Antonio Pinelli, Franco Ferrarotti, avendo subito assunto da “Paese Sera” quale redattore per le questioni urbanistiche romane (di cui mi ero occupato molto io, oltre ad Eugenio Malgeri) l’ottimo Alfonso Testa. Tanto da ricevere quale direttore da Giorgio Bassani il Premio Zanotti Bianco 1984. Questo per ricordare, sobriamente, a tutti che non è sempre andata in modo così meschino, così miserevole. Roma, 27 febbraio 2017.

(martedì 28 febbraio 2017)


Sisma, uomini e dighe

▇ IL VIDEO DI TG1TV7 a 23'55" del link. All’indomani dell’allarme dighe nell’area del sisma in Abruzzo lanciato dal presidente della Commissione Grandi rischi, il mio reportage in esclusiva per Tv7, rotocalco del Tg1, dal cuore dello sbarramento sul Rio Fùcino. Costruita nel 1940 e ammodernata nel ’70, la diga in cemento armato alta 49 metri e larga 30 «non ha registrato finora nessuna anomalia», racconta il responsabile idrico del Gruppo Enel. Le voci dell’Autorità di Bacino, geologi e geomorfologi sulle frane che incombono con l’aumento delle temperature e la crescita di portata dei fiumi. Sullo sfondo l’agonia del piccolo paese di Campotosto, già colpito dal terremoto del 2009 e messo definitivamente in ginocchio dalle scosse della settimana scorsa. Reportage trasmesso su Rai 1 il 28 gennaio 2017.

www.tg1.rai.it

■ (sabato 28 gennaio 2017)