Il nuovo Ponte di Genova

La prova che possiamo rinascere è nel viadotto sul Polcevera. Costruito in dieci mesi dopo il crollo del Morandi e le 43 vite umane spezzate da avidità e incuria. Rimettere a posto le cose è voler bene all’Italia 

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▇ È stata posata senza fanfara, con la sola sirena del porto a metà mattinata, l’ultima campata del nuovo Ponte di Genova. Tirato su in dieci mesi, dopo la grande tragedia del 14 agosto 2018: quarantatre vite umane spezzate nel crollo del Morandi per avidità e incuria. Disegnato da Renzo Piano − con sobrietà, misura e bellezza tutta genovese −, ha la forma della chiglia di una nave. Sarà varato nella seconda metà di luglio. Un miracolo? «Macché, è la normalità. Quando la gente è competente, le cose si fanno», ha affermato il celebre senatore a vita. «L’Italia è piena di persone competenti. Non abbiamo bisogno di miracoli».

Se questo ponte è l’esempio di come in Italia le cose si possono fare come si deve − quando si vuole −, l’architetto Piano ha voluto aggiungere altro. «Qui ha prevalso la buona gestione collettiva, che ha permesso di far funzionare tutto bene. Perché dovrebbe essere un caso isolato? Abbiamo competenze uniche, e questo è il momento giusto per farle emergere». L’Italia ha bisogno di tantissimi «cantieri di rammendo». Un termine, «rammendo», cui Renzo Piano ci ha abituati nei nostri ricorrenti incontri di lavoro e personali: «dà il senso dell’esigenza di intervenire a difesa e a protezione del territorio e delle città. Con cui si mettono in circolo risorse preziose, l’ossigeno per il lavoro».

Si potrebbe dir meglio? Sì. Piano ha voluto essere ancora più chiaro. Alla solita − pigra e stereotipata − osservazione del cronista sull’edilizia che, quando riparte, fa ripartire il Paese, l’architetto genovese con cantieri aperti in quattro continenti ha voluto puntualizzare: «Si dice così, ma vorrei sostituire la parola edilizia con manutenzione, perché non vorrei che qualcuno interpretasse il messaggio come un ritorno alla cementificazione. Guai se accadesse. Noi dobbiamo rimettere le cose a posto e, per farlo, non c’è niente di meglio del rammendo». Ecco, non si può dire meglio di così. Rimettere a posto le cose è voler bene all’Italia.

Per capire la portata del “non miracolo”, basta buttare l’occhio al cartello grafico qui in alto [clic sul cartello e si ingrandisce]. In 310 giorni dalla getta delle fondamenta, sono stati utilizzati 67 mila metri cubi di calcestruzzo (l’equivalente di 1,5 Empire State Building di New York), 24 mila tonnellate di acciaio e carpenteria metallica (equivalenti a 3 Torri Eiffel), raggiunti 1500 metri di altezza complessiva delle 18 pile (esposte e sotterranee) che reggono 1.067 metri di lunghezza complessiva del ponte. Costo della costruzione 202 milioni di euro. Il cantiere ha lavorato ventiquattro ore al giorno, con mille addetti occupati giorno e notte in turni paralleli. Grazie a pannelli solari fotovoltaici, il ponte produrrà l’energia necessaria per il suo funzionamento. Un piccolo robot e sofisticati sensori (progettati dall’Istituto Italiano di Tecnologia) terranno sotto controllo l’infrastruttura e le manutenzioni periodiche. Un sistema speciale di deumidificazione all’interno dell’impalcato d’acciaio eviterà la formazione di condensa salina. In due parole: bello e green.

Senza la folla delle autorità, rituale come le mascherine aggiunte al caschetto d’ordinanza, la posa dell’ultimo tratto di impalcato del Ponte di Genova oggi − col coronavirus in circolo nelle nostre città e nei nostri ospedali − sarebbe stata più significativa. Direi anche più solenne. Ma, se lo stile è l’uomo, non tutti possiedono la misura e la saggezza del nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella: da solo all’altare della Patria il 25 aprile.

■ (martedì 28 aprile 2020)


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