Il coronavirus ci farà cambiare strada, forse

Le pandemie sono fili spezzati della natura, un boomerang degli ecosistemi distrutti. I virus ‟alieni” sfrattati dalle foreste tracimano da una specie all’altra e provocano le malattie umane emergenti

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▇ La lotta contro il nemico invisibile assedia le nostre giornate. Stringiamo i denti per tutelarci. Proiettiamo la mente su come ripartire, recuperare i danni provocati alle nostre vite dall’agente patogeno. Ci interroghiamo su quanta libertà personale dobbiamo perdere ancora per salvare la pelle. Forse è anche il momento di qualche ragionamento in più, prima di rimettere in moto la macchina della cosiddetta Fase Due. 

Da dov’è giunta la minaccia letale? No. Non la sua provenienza geografica. Di quella ne abbiamo seguito le tracce coi nostri microscopi elettronici e i data base sugli spostamenti fisici. Lo si farà ancor più nelle settimane a venire per vedere come si muove il virus. Qualcosa capiamo, molto ci sfugge. Chiediamoci, piuttosto, se non abbiamo spezzato qualche filo essenziale che ci lega l’un l’altro, e tutti agli altri esseri viventi. Abbiamo rotto la catena che regola l’esistenza della comunità umana? Sì, ci avviciniamo al punto.

L’università del Maryland sta studiando la relazione tra mutamenti climatici e proliferazione del coronavirus. Serviranno verifiche e validazioni scientifiche ulteriori, ma il rapporto c’è. Ragioniamo sulla relazione tra inquinamento atmosferico, indebolimento delle difese immunitarie, patologie respiratorie. Tra smog e contagio. Con virulenze e letalità più alte in alcune aree geografiche: perché?

Qualcosa si comincia a intravvedere. Le temibilissime polveri sottili sarebbero diventate le “autostrade del contagio”. Lo ipotizza un gruppo di ricercatori della Sima (Società italiana di medicina ambientale), al lavoro con le università di Bari e di Bologna. Il rapporto tra concentrazioni di Pm10 e il numero di casi infetti da Covid-19 lo capiremo meglio fra qualche settimana, o mese. Le prime verifiche dei giorni scorsi lo confermano. Sappiamo già ‒ senza dover attendere oltre ‒ che il cocktail di veleni in atmosfera indebolisce i nostri polmoni, quelli dei nostri anziani ancor più, come effetto del bioaccumulo.

La corda, d’altronde, è già molto, molto tesa, se la guardiamo dalle nostre campagne. Pensiamo solo a batteri e insetti alieni portati dalla globalizzazione degli scambi commerciali, moltiplicati con progressione geometrica da un clima fuori controllo. Senza predatori autoctoni, nel 2019 i parassiti climatici hanno fatto un miliardo di euro di danni, ricorda Coldiretti. Il contratto con la natura l’abbiamo stracciato noi ‒ e unilateralmente ‒ da tempo.

Seguite il ragionamento? Con veleni immessi nell’ambiente e perdita progressiva di biodiversità, i fili spezzati degli ecosistemi presentano il conto. Sfuggono ai nostri occhi, ma quei fili ci legano l’uno all’altro. Ci si parano davanti quando gli “alieni” tracimano da una specie all’altra, dal cuore della foresta al banco di un mercato asiatico o africano. Ne avvertiamo la presenza quando toccano nel vivo la nostra carne. Avviene oggi col coronavirus; era avvenuto ieri con l’ebola o la Sars. È questo il percorso delle malattie umane emergenti, ci spiegano schiere di infettivologi.

Ed è il «boomerang degli ecosistemi distrutti», sottolinea il Wwf nel report Pandemie, curato da Isabella Pratesi il mese scorso. La perdita di habitat naturali, la creazione di ambienti artificiali, la distruzione della biodiversità costano molto alla nostra salute e alle nostre tasche. «Dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si alzano come polvere dalle macerie», scrive David Quammen nel suo Spillover ripubblicato da Adelphi. Quella polvere ora è arrivata nel tinello di casa. Annota Dacia Maraini: «La Natura, che non è divina ma ha tutta la potenza di una divinità cosmica, reagisce con irruenza ai maltrattamenti». E lo fa per autodifesa.

Se siete giunti sin qui, siamo quasi al punto. La grande abbuffata di combustibili fossili e la distruzione degli ecosistemi stanno spezzando la rete bio-fisica del pianeta. Eventi inconcepibili fino a ieri bussano oggi alle porte di ciascuno. I racconti catastrofici non sono più solo film. I protagonisti oggi siamo noi. Come esseri umani abbiamo modificato i tre quarti delle terre emerse e i due terzi degli oceani; siamo diventati, letteralmente, una forza della natura. Con tracotanza ne abbiamo manomesso gli equilibri, ma indossiamo i paraocchi per non vederlo. Una grande e stupida cecità. Questo oggi è l’Antropocene, l’epoca dell’ambiente terrestre maltrattato dalle nostre azioni ‒ e omissioni.

Ecco, ci siamo. Chiudendoci in casa, il coronavirus ci induce ad aprire gli occhi. A ricordarci gli obblighi reciproci fra noi umani, fra noi e gli ecosistemi di cui siamo parte non così dominante, come ci ostiniamo a pensare con ottusa protervia. Sordi alle tempeste di fuoco in Amazzonia e in Australia, indifferenti ai ghiacciai con la febbre alta, ai fiumi che rompono gli argini, alle devastanti siccità, il coronavirus può essere il messaggero di un nuovo modo di guardare ‒ e stare ‒ al mondo. 

«Non si può essere sani in un ecosistema malato», ci dicono da anni gli organismi sanitari internazionali con il programma “One Health”. Un nuovo approccio per la salute delle persone, degli animali, delle piante, degli ambienti di vita e di lavoro, degli ecosistemi. Lo ha ricordato Papa Bergoglio ‒ non solo ai cattolici ‒ nella sua enciclica Laudato si’ del 2015, parlando della «casa comune in fiamme» a tutti gli uomini ancora in grado di usare cervello e cuore.

Usciremo nuovamente dalle nostre case, prenderemo un caffè con gli amici, abbracceremo i nostri cari da cui siamo separati non si sa ancora per quanto. Benediremo l’assistenza sanitaria universale (e qualche evasore si convincerà, persino, a pagare le tasse per sostenerla). Porteremo – finalmente – un fiore a chi non ce l’ha fatta. Cambieremo strada?

■ (giovedì 16 aprile 2020)


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