Fotogrammi

“This must be the place”
ti costringe ad adagiarti, nella poltrona. Non ti ci sprofonda. Un ritmo lento che ti tiene desto. Una grammatica essenziale, la fotografia linda. Sintassi pacata e gentile, tra un primo piano che ti accompagna nella depressione di Cheyenne/Sean Penn (superba interpretazione), prigioniero dei suoi ricordi (i belletti cadenti davanti allo specchio), e i campi lunghi ’grandangolati’ degli orizzonti puliti, sconfinati del New Mexico. Che ti portano ad incontrare gli altri.
L’America profonda del nostro immaginario, Paolo Sorrentino la scolpisce nei piccoli cammei di personaggi e situazioni che hai già incontrato, in qualche pagina di letteratura on the road, o in un viaggio vero. E i conti di una generazione, oggi cinquantenne, il film li presenta con delicatezza: «Nessuno lavora più, siamo tutti artisti», mormora ad un certo punto il protagonista nel dialogo con chi gli chiede di fare una cosa concreta, utile a qualcun altro: riconsegnare un pick up ad una moglie lontana. Persino la “vendetta”, consumata in nome di un padre che ha amato fuggendogli, è servita con garbo spiazzante. Cheyenne ripaga l'aguzzino del genitore scomparso con la stessa umanissima vergogna fatta patire alla sua vittima nel campo di sterminio nazista. Lo fa camminare nudo nella neve, anziché sparargli col revolver, comprato prima d'incontrarlo — come ti aspettavi.
Se si può arrivare alla notte degli Oscar — come sembra — senza effetti speciali, è un bel risultato per chi ama ancora l'arte della pellicola.
[Visto domenica 30 ottobre 2011]


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