Letture

«Guasto è il mondo»,
di Tony Judt,
edito da Laterza 
(prima edizione 2011).
«C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo. Erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta. Dobbiamo reimparare a porci queste domande».
Comincia così «Guasto è il mondo» di Tony Judt, e basterebbe già da solo questo primo capoverso per correre in libreria con 16 euro, comprarne una copia e leggere di getto le 170 pagine pubblicate in Italia da Laterza. L’ultimo saggio «del più influente intellettuale americano» — così lo definisce il risvolto di copertina — è un galoppo appassionato nei temi del progresso sociale, della crescita umana e intellettuale, degli strumenti per incidere sul futuro con la partecipazione al proprio presente. Per sconfiggere «opulenza privata e squallore pubblico».

Judt cavalca l’impegno civile con lucidissima razionalità, con l’idea di contribuire a «rifondare il dibattito pubblico». Nessun reducismo, mai, nei sei capitoli con cui l’accademico britannico ci porta a ragionare in maniera rapida — essenziale e profonda — sugli ultimi ottant’anni. Siamo passati dal «consenso keynesiano» alla «politica della paura», al «presunto contrasto tra libertà e sicurezza», scrive l’ex professore a Cambridge, Oxford, Berkeley e alla New York University. E, citando Karl Popper, si sofferma sulle devastazioni culturali dell’ultimo trentennio, per metterci davanti alla questione cruciale: «Serve una nuova narrazione morale?». Judt si interroga, in proposito, sull’incapacità della sinistra «di dare una risposta efficace alla crisi finanziaria del 2008 (e più in generale all’abbandono dello Stato in favore del mercato negli ultimi trent’anni)». Un mini crack finanziario che avrebbe dovuto «risvegliare la politica dal letargo nella quale era dannata dalla ricattatoria ineluttabilità dell’economia».
«I miei due figli — conclude il libro —, Daniel e Nicholas, nonostante tutti gli impegni che comporta la vita di un adolescente, hanno trovato il tempo per discutere con me dei tanti argomenti che si intrecciano in queste pagine. Anzi, sono state le nostre conversazioni a cena a farmi comprendere fino in fondo, per la prima volta, quanto interesse nutrano i giovani per il mondo che abbiamo trasmesso loro (e quanto siano limitati i mezzi di cui li abbiamo dotati per migliorarlo)»: così Judt, dettando la sua ultima fatica a febbraio del 2010, sei mesi prima di morire paralizzato dal collo in giù dalla Sla, la sclerosi laterale amiotrofica.
Una lettura utile — a me pare — per tutti i ragazzi indignati d’ogni parte del mondo. E utilissima per noi, i loro genitori, accecati dall’enrichissez-vous e dall’«amoralismo egoistico di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, seguito dalle chiacchiere al vento dei politici del baby boom, Clinton e Blair».
[13 novembre 2011]


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